Un libro in valigia – “Into the wild”

Eccomi al secondo appuntamento della mia rubrica Un libro in valigia. Oggi voglio presentarvi un libro che sicuramente in molti conoscerete già, anche perchè ha inspirato l’omonimo film molto famoso nel 2007. Si tratta di “Into the Wild” (titolo italiano “nelle terre estreme”) di Jon Krakauer. É la storia di Chris McCandless, giovane neolaureato che a 22 anni, dopo aver tagliato i ponti con la famiglia e aver donato in beneficienza i $25.000 che aveva in banca, parte alla volta del Far West americano prima di sbarcare in Alaska per la sua “ultima grande odissea”.

Ho deciso che per un po’ farò questa vita. Non mi riesce di rinunciare a tutta questa libertà e semplice bellezza. – Chris-

Abbandonata Atlanta, per due anni Chris cammina per l’America, passando anche dalla mia amata Port Townsend: niente auto, niente telefono, niente soldi, pochissime provviste. Si autodefinisce “un viaggiatore esteta la cui dimora è la strada”. Solitamente introverso e riservato, durante il suo peregrinare Chris si fa volere bene da molte persone: enorme era la sua intelligenza, incredibile la sua sensibilità. Non passava di certo inosservato nè veniva facilmente dimenticato da chiunque avesse la fortuna di passarci anche poco tempo insieme. Ma Chris rifuggiva dai rapporti troppo stretti, e il suo bisogno di confrontarsi e di relazionarsi era spesso e volentieri bilanciato dal suo grande bisogno di stare da solo. Per scoprire e scoprirsi.

E adesso, dopo due ani a zonzo, arriva la grande avventura finale. La battaglia epocale per uccidere il falso essere interiore e concludere vittoriosamente il pellegrinaggio spirituale. Dieci giorni e dieci notti di treni merci e autostop lo hanno portato fino al grande bianco del Nord. Per non essere più avvelenato dalla civiltà, lui fugge, e cammina solo, sulla terra, per perdersi nella natura selvaggia. -Chris-

Auto-soprannominato Alexander Supertramp, Chris cercava per sè un punto bianco su una cartina che di punti bianchi e vuoti ormai non ne aveva più. Il 28 Aprile 1992 Chris entra nelle terre selvaggia dell’entroterra dell’Alaska, lontano dai fiumi ricchi di salmone, lontano dall’oceano ricco di pesci, ma non così lontano dalla civiltà come pensava. Lì, nel mezzo di una radura, si imbatte infatti nel bus 142 della città Fairbanks, che per i 4 mesi a venire sarà la sua casa, il suo rifugio, il suo angolo sicuro. Forse perchè abbiamo sempre bisogno di una casa lontano da casa, anche quando siamo convinti di non volerla?

into the wild
Autoscatto di Chris davanti al bus che fu per lui casa in Alaska

Per i 4 mesi a venire dal bus 142 Chris si sarebbe allontanato solo per cacciare piccoli animali selvatici, scavare radici e raccogliere bacche. All’apice dell’estate intorno alla sua radura il cibo non mancava, e Chris se l’è cavata sorprendentemente bene. Finchè le cose non hanno cominciato ad andare male.

C’è un piacere nei boschi senza sentieri,
C’è un’estasi sulla spiaggia desolata,
C’è vita, laddove nessuno s’intromette,
Accanto al mar profondo, e alla musica del suo sciabordare:
Non è ch’io ami di meno l’uomo, ma la Natura di più.
-George Gordon Byron-

“Into the wild” è per molti versi un libro controverso, perchè controversa è la storia di Chris. A posteriori in molti, soprattutto originari dell’Alaska, hanno lamentato e denunciato la mancanza di preparazione e l’arroganza del giovane, che l’hanno condannato alla rovina più che la fame o le piante velenose. Sicuramente io non posso ritrovarmi nell’odio e ribrezzo che Chris provava per la sua famiglia, o nella sua voglia senza limiti di mettersi alla prova fino all’ultimo. Quello che sicuramente condivido però è la sua voglia di macinare chilometri dopo chilometri: quel richiamo verso la strada, verso lo sconosciuto, verso la bellezza mozzafiato della natura. Quella stessa natura che a volte non perdona.

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Ultimo autoscatto di Chris

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