Lavorare per un mondo migliore

AFS Intercultural Programs è entrato nella mia vita 18 anni fa quando Big Brother per primo fu convinto decise di partire per uno scambio culturale in quarta liceo. A ruota, 3 anni dopo, l’ho seguito anche io, ma la mia storia con questa organizzazione non è finita lì. Chi di voi mi segue infatti saprà che a oggi AFS fa ancora parte della mia vita, in quanto da 9 mesi lavoro per la sede nazionale dell’organizzazione in Australia.

18 anni sono tanti da dedicare a un’organizzazione, a una causa. Soprattutto quando non ci si limita a sceglierla per il 5×1000 o per una donazione extra a Natale. 18 anni sono molti quando alla stessa organizzazione si dedica prima il proprio tempo libero facendo volontariato e poi la propria carriera scegliendo la causa invece che il profitto.

Perché proprio AFS, vi chiederete? Perché grazie a questa organizzazione posso lavorare per un mondo migliore. La filosofia di AFS infatti è ciò che chiamano ‘learning to live together’ in un mondo in cui le differenze non solo vengono abbracciate, ma è proprio grazie ad esse che il mondo è più forte e più interessante.

Personalmente, il potere e il potenziale di studiare all’estero va al di là anche di questo. Non solo il mondo é più interessante grazie a una maggiore comprensione delle nostre differenze, ma é anche più sicuro. Credo fermamente infatti che studiare all’estero sia uno dei pochi modi certi per costruire un mondo di pace.

“our efforts to build a more just and peaceful world. AFS stands with our colleagues in the international education community as strong advocates for building bridges among cultures and educating young people to become global leaders empowered to make a positive impact.”

Entrare in una comunità da outsider porta con sé molti rischi. Sei fortunato se condividi la stessa lingua, religione o colore della pelle con la tua comunità ospitante. O forse sei più fortunato se non loro non condividi niente. Perché più fortunato? Perché chi arriva in un paese con cui non ha niente in comune ha per contro la possibilità di diventare un ambasciatore e un educatore della propria cultura con chiunque incontri sul suo cammino.

Ovviamente non tutte le esperienze di studio all’estero sono positive, né tutte creano rapporti che durano una vita – come quelle che sono stata fortunata a stabilire io sia in America che in Francia -, ma ogni esperienza ha il potere di contribuire a una migliore comprensione tra comunità diverse.

La conoscenza a livello personale di uno straniero, del suo paese e della sua cultura rende notizie internazionali rilevanti anche per noi e ci rende più imparziali e critici verso quello che riportano i media. Avere amici provenienti da paesi stranieri fa sì che, quando qualcosa succede in quei paesi, si pensi prima ai nostri amici e ai loro cari, piuttosto che a un concetto astratto come il “terrorismo”. E quando questi legami e questa conoscenza arrivano ai livelli alti della politica e della diplomazia, il potenziale diventa enorme.

Per questo motivo sono convinta che studiare all’estero porti a un mondo più pacifico. Quando i cittadini del mondo si conoscono a livello personale, pensano l’uno all’altro a quel livello e sono molto meno inclini a generalizzare o a ricorrere a stereotipi perché hanno un esempio reale e vivo su cui basarsi. Sono molto meno inclini a “demonizzare” o ad attaccare quando conoscono chi sta dall’altra parte. Sono anche molto meno inclini a temere l’altro, quando dell’altro conoscono il viso e il sorriso, e sono anche meno inclini ad agire sulla base di questa paura. E questo è molto importante.

Estremamente importante al giorno d’oggi. Viviamo in un mondo in cui paesi democratici scelgono l’isolamento e l’insularità fisica e culturale invece che il multiculturalismo e l’apertura. Viviamo in un mondo in cui la paura la fa da padrona. Uomini e donne spaventati demonizzano sconosciuti semplicemente perché sono sconosciuti. Uomini e donne temono e diffidano dai rifugiati perché di loro non sanno abbastanza. Viviamo in un mondo in cui incomprensioni e diffidenza dominano incontrastati.

Ma non è una causa persa. Questo è esattamente il motivo per cui ho supportato AFS negli ultimi 18 anni e il motivo per cui oggi sto scrivendo questo articolo.

Invece che guardare il prossimo con diffidenza e paura, invito ognuno di voi a fare i bagagli e a partire verso una destinazione lontano da quella che chiamate casa. Lasciate a casa le vostre sicurezze e i vostri privilegi e partite. Ma non come turisti o come expat privilegiati: partite come studenti, il simbolo per antonomasia di chi sta imparando. Non dovete neanche necessariamente apprezzare o essere d’accordo con ciò che la vostra nuova comunità ha da insegnarvi. È la vostra presenza che conta. Mentre voi imparerete a capire e a conoscere la comunità che vi ospita, allo stesso tempo la comunità imparerà a capire e a conoscere voi.

Quando due cittadini del mondo – nonostante le proprie differenze – si conoscono, la loro comprensione reciproca può crescere fino ad avere un’influenza dal potenziale enorme. La famiglia che mi ha accolto come una figlia in America lo sa. Io lo so. E adesso lo sapete anche voi.

Lavorare per un mondo migliore
Photo courtesy of AFS USA

10 thoughts on “Lavorare per un mondo migliore

  1. Sono completamente d’accordo con te, Claudia. Hai scritto un bel post, e l’ho letto con gli occhi di quelle persone che conosco che ancora non riescono ad aprirsi al mondo, bloccate dalle loro paure e dai pregiudizi.
    Solo viaggiando e vivendo una cultura diversa possiamo seriamente mettere radici per la pace, per il semplice motivo che descrivi: empatizzare con chi conosciamo.

    E siccome già sento la vocina degli obiettori “ma non tutti possono permettersi di viaggiare o vivere dall’altra parte del mondo”, dico anche: basta uscire di casa e “viaggiare” facendo qualcosa di nuovo per chi consideriamo “diverso”. Esempio, ci sono tante associazioni che offrono lezioni di italiano o cultura italiana agli stranieri; per me quella è stata un’esperienza che mi ha cambiato la vita, eppure la facevo in Italia, senza dovermi spostare.

    1. Hai ragione, sicuramente poter studiare e viaggiare all’estero non è da tutti, ma Intercultura ad esempio offre moltissime borse di studio e sono in tanti i ragazzi che partono in questo modo. In molti casi è la volontà a mancare e i soldi sono solo una scusa. Se poi davvero le possibilità non ci fossero, come dici tu, sono molti i modi per entrare in contatto con il diverso e l’altro senza necessariamente doversi allontanare molto da casa!

      1. Sono andata poi a curiosare sul sito di Afs e ho letto che c’è la possibilità di ricevere una borsa di studio.
        Ci vuole però anche una buona dose di intraprendenza, sia da parte dello studente che della sua famiglia di origine, a decidere di fare questa esperienza.
        Molto dipende anche dall’ambiente in cui si vive, ed è vero, a volte manca la volontà intesa anche come coraggio di fare un’esperienza così bella ma distante dal proprio mondo. Se ci penso, non conosco nessuno che, nell’epoca in cui andavo al liceo, ha fatto un viaggio Intercultura. Sapevo alla lontana di un’amica di amici che l’aveva fatto negli USA e mi era sembrata un’esperienza sbalorditiva. Per l’adolescente che ero, e la protettività assoluta della mia famiglia, non riesco ad immaginarmi a prendere una decisione così. Se mi dessero la possibilità ora di tornare indietro e farlo, ci metterei 10 volte la firma! 😀

        1. Sí sí, le borse di studio messe a disposizione sono moltissime, e c’é anche un sistema di pagamento in base al reddito che chiaramente facilita le famiglie non abbienti.
          Quando parlavo di “mancanza di volontá” facevo riferimento al fatto che a 15, 16, 17 anni (ma anche molto piú tardi) spesso si hanno altre prioritá, si preferisce rimanere con il fidanzatino o con gli amici di sempre, piuttosto che lasciare tutto e partire per un’esperienza cosí forte dall’altro capo del mondo (o anche nella vicina Svizzera). Non é sicuramente una cosa da tutti, e nel mio giro di amicizie pre-America sono stata l’unica ad averlo fatto. Ma proprio perché sono conscia del potere di quest’esperienza, vorrei incoraggiare piú giovani a partire!

  2. Concordo con Giulia: hai scritto un post molto bello.
    Io credo di essermi “chiusa” con il tempo. Sono stata sempre molto disponibile ad aprirmi e a conoscere gli altri, negli ultimi anni (forse complice un clima intorno non eccessivamente cordiale? Forse la vecchiaia? Chissà!) mi sembra di essere diventata più introversa e di conseguenza più chiusa nei confronti dell’altro.
    Ma hai ragione: conoscere, conoscere, conoscere, aprirsi e ri-conoscersi è l’unica strada per la pace.

    1. Grazie cara! Anche io devo dire che forse ero piú aperta quando ero piú giovane. Adesso mi sono un po’ impigrita, e non mi va troppo di “sbattermi”. Il che é sbagliato! Ma insomma, aprirsi cosí al mondo nell’etá dell’adolescenza ha davvero tutto un altro significato!

  3. Bello! Ho ancora gli occhi che luccicano alla mia ‘veneranda’ età a vedere programmi di studio all’estero. Sarebbe sempre stato il mio sogno, solo che alle superiori, per carità, inconcepibile una cosa del genere per la mia famiglia e all’università… un moroso che ‘no, non separiamoci’ e allora niente. peccato che poi appena avuta la possibilità di fare la tesi negli USA lui sia andato e io come una c*******.
    E così mai studiato all’estero: breve storia triste! ok ora viaggio, ma farlo in età di studio deve essere qualcosa di completamente diverso; è l’unico vero grande, grandissimo rimpianto che ho fino ad oggi.
    Bravi chi ha il coraggio di partire e brave le famiglie che supportano la scelta!

    (ops, nel commento di prima non so che è successo, eliminalo pure!)

  4. Ciao, seguo da tempo il tuo blog ma non ho mai lasciato commenti. Innanzitutto, voglio farti i complimenti per il blog: è scritto benissimo e ogni volta che lo leggo immagino di trovarmi nei luoghi che descrivi così bene!
    E venendo a questo articolo: concordo in pieno con quanto scrivi! A me purtroppo, pur avendo studiato al liceo linguistico, mi è mancata tantissimo l’esperienza che descrivi tu; i miei viaggi, iniziati solo dopo la fine della scuola, quando con il lavoro ho potuto iniziare ad avere un po’ di indipendenza economica, e sono sempre stati “da turista”; certo, non da persona che vede i posti, brontola perché non c’è la pasta, porta a casa i souvenir e morta là, ma da “turista curiosa”. Purtroppo sono cresciuta in una famiglia che mi ha un po’ tarpato le ali per certe esperienze e a 40 anni suonati non potrò di certo intraprendere un viaggio “da studente”. La curiosità però c’è sempre, la voglia di conoscere culture diverse pure, la non-diffidenza verso chi è considerato “diverso” rimane motivo di discussioni con persone che invece sono chiuse nel loro guscio (vivo in una realtà piuttosto provinciale, con gente convinta che il proprio paesello sia l’unica e migliore realtà esistente). Tutto ciò lo sto cercando di trasmettere alle mie figlie, e da mamma sono sicura di una cosa: se vorranno partire e vivere quelle esperienze che sono mancate a me, avranno sempre il mio appoggio. Anzi, le incoraggerò a farle.

    Ancora complimenti per i tuoi scritti (e per tutti i tuoi viaggi!)!

    Luisa

    1. Buongiorno Luisa,
      grazie per i tuoi complimenti, mi fa piacere che tu mi legga con piacere. Purtroppo in Italia, soprattutto nelle generazioni passate, la possiblitá di passare un periodo all’estero era piuttosto rara. L’importante é avere la curiositá e la voglia di viaggiare e scoprire il mondo, ed é questo che influenzerá il modo in cui cresci le tue figlie. E speriamo che anche loro abbiano questa voglia di scoprire il mondo! Un abbraccio e saró contenta se continuerai a seguirmi!

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *