Il ritorno in ufficio

Nella mia vita ho sicuramente fatto esperienze di studio e di vita molto interessanti e sono molto orgogliosa e felice del mio curriculum accademico e personale. Quello professionale però non è altrettanto entusiasmante. Essendo figlia della mia generazione, ho dedicato la maggior parte della mia vita sui libri e le poche esperienze lavorative che sono riuscita a fare sono tutte di breve durata, ritagli di tempo tra una sessione e l’altra, e/o si tratta di stage non retribuiti. I titoli di studio ci sono eccome, le lingue parlate pure, ma manca quell’esperienza professionale che mi faccia fare il salto in più.Nella speranza che questo benedetto dottorato di ricerca che mi tiene impegnata da più di tre anni ormai veda la sua fine entro la fine dell’anno, negli ultimi mesi mi sono messa attivamente alla ricerca di un lavoro per dopo. Non è facile, il tipo di programma e di lavoro a cui aspiro non offre tantissimi posti e quei pochi che vengono assunti si tengono ben stretto il loro posto e il riciclo è scarso. Per fortuna ho ancora un po’ di tempo e qualche porta ancora aperta e le dita sono più incrociate che mai. E insomma, nel frattempo che mi guardavo intorno sono inciampata in un lavoro che mai avrei pensato di avere.

frog-1446246_1280Succede che ricevo una newsletter da un’associazione a me particolarmente cara, un’organizzazione che mi ha cambiato la vita e per cui ho fatto volontariato per più di 10 anni. Si tratta niente poco di meno che AFS-Intercultura, l’associazione che mi ha permesso di vivere in America a 16 anni. Cercavano una persona per un ruolo per cui non ero minimamente qualificata, ne ero consapevole, ma ho deciso di provarci lo stesso e ho mandato il mio curriculum.

Prevedibilmente quel lavoro non l’ho ottenuto, ma il mio CV ha attirato lo stesso l’attenzione della CEO dell’organizzazione. Segue uno scambio di email, telefonate, un colloquio davanti a un caffè (quanto sono più rilassati anche in questo qui in Australia, rispetto all’Italia), e una settimana dopo mi ritrovo alle 8.30 di mattina a prendere il treno in mezzo a una folla di lavoratori in giacca e cravatta. Niente tesserino da timbrare, nessun grembiule da indossare, nessuna divisa. In cambio trovo un computer e una scrivania tutti miei ad aspettarmi, colleghi nuovi da conoscere e un lavoro da imparare dall’altra parte della barricata.

Le cose da imparare nel mio nuovo ruolo sono tantissime, e ancora adesso, un mese dopo, arranco sempre un po’ per familiarizzarmi con le tante complicate procedure necessarie per questo tipo di programma. Nonostante abbia partecipato io stessa al programma e abbia fatto per moltissimi anni la volontaria, lavorare in ufficio è ben altra cosa. Le responsabilità sono enormi, ed avendo a che fare con ragazzini minorenni che si trovano da soli dall’altro capo del mondo, non si tratta certo di un lavoro che si può lasciare in ufficio.

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I pensieri e le preoccupazioni spesso mi tengono sveglia la notte, soprattutto se aggiunti a quelli che già ho per la mia tesi. Ma al silenzio assordante delle mie giornate di una volta, adesso si è sostituito il chiacchericcio e le risate tra colleghe; la mia monotona scrivania di casa ha lasciato il posto a un vero ufficio; e la mia “divisa da lavoro” da ricercatrice (pantaloni della tuta e vecchie magliette della pallavolo) è stata finalmente rimpiazzata da quei vestiti eleganti e professionali che da una vita aspettavo di indossare.

E così, dopo quasi 5 anni in Australia (il 25 giugno era il mio 5° anniversario in Australia), ho abbandonato grembiuli e banconi e sono finalmente riuscita a cominciare una vita professionale degna di questo nome. Lo vedete anche voi l’enorme sorriso sulle mie labbra?

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