Un libro in valigia – “Mornings in Jenin” di Susan Abulhawa

A luglio, mentre ero di passaggio in Italia, alla Feltrinelli di Milano per caso mi capitò tra le mani questo libro. C’era un’offerta, 2 libri a 10 euro, e presa dalla nostalgia per la carta e libri in italiano, ho afferrato i due titoli che più mi attrassero. “Ogni mattina a Jenin” era uno di questi, scelto per il modo diverso di affrontare un argomento trito e ritrito, ma anche tristemente sempre attuale come il conflitto israelo-palestinese.

Il destino di Susan – l’autrice – come quello di Amal – la protagonista – è inestricabilmente legato a quello della sua terra d’origine: la Palestina. Entrambe nascono rifugiate, lontane dalle case e dalla terra dove le loro famiglie hanno vissuto per generazioni, ed entrambe si battono tutta la loro vita per un futuro migliore. Susan come attivista per i diritti umani, Amal come studentessa in un’epoca in cui l’istruzione era ancora un privilegio per pochi (e decisamente un miraggio per ragazze rifugiate come lei).

Nel dolore di una storia sepolta viva, in Palestina l’anno 1948 andò in esilio dal calendario, smise di tenere il conto di giorni, mesi e anni per diventare solo foschia infinita di un preciso momento storico.

“Ogni mattina a Jenin” non è un libro leggero, anche se si legge con semplicità; “Ogni mattina a Jenin” è un libro impegnativo ed è con impegno che deve essere letto. Perchè questo libro non è solamente la storia corale di 4 generazioni di palestinesi cacciati dalla loro casa e dalla loro terra, e costretti a nascere, vivere e morire in un campo per rifugiati. “Ogni mattina a Jenin” è un libro che porta questo conflitto, che per decenni ha riempito i titoli del giornale, i programmi alla TV e i libri di storia, nelle nostre case e nel nostro cuore.

“Ogni mattina a Jenin” racconta il dolore delle madri che dovranno crescere i propri figli in esilio e dei padri che non potranno più tornare nei campi dei loro avi. E’ il dolore di un popolo che si è visto abbandonato, derubato, ignorato e violato nel suo essere più profondo. E’ il dolore di un popolo che non smetterà mai di cercare di tornare a casa.

Quaranta generazioni di vite, ora spezzate. Quaranta generazioni di nascite e funerali, di matrimoni e danze, di preghiere e ginocchia sbucciate. Quaranta generazioni di peccati e carità, di cucina, duro lavoro e ozio, di amicizie, ostilità e accordi, di pioggia e corteggiamenti. Quaranta generazioni con i loro indelebili ricordi, segreti e scandali. Tutto spazzato via dal concetto di diritto acquisito di un altro popolo, che si sarebbe stabilito in quello spazio rimasto libero e l’avrebbero proclamato, con il suo patrimonio di architettura, frutteti, pozzi, fiori e fascino, retaggio di forestieri ebrei arrivati da Europa, Russia, Stati Uniti e altri angoli del mondo.

Al centro di “Ogni mattina a Jenin” c’è una donna, anzi, più di una. C’è Dalia, c’è Amal, c’è Huda, ci sono le donne di Jenin, ci sono le bambine dell’orfanotrofio e la direttrice Haydar, ci sono le studentesse dell’università americana e poi c’è Sara. Il mondo di Amal è tutto colorato di rosa, come succede spesso in una realtà in cui gli uomini vanno a combattere per ideali più grandi di loro e le donne restano in disparte a tessere le tele di un mondo che si sfalda.

Ti hanno uccisa e sepolta nei titoli dei loro giornali, madre. Come posso perdonare, madre? Come può Jenin perdonare? Come si può portare questo fardello? Come si può vivere in un mondo che volta le spalle a questa ingiustizia da così tanto tempo? E’ questo che significa essere palestinesi, madre?

In questo mondo fatto di soldati, di polvere, di terrore e di fame, l’unica via di salvezza è l’istruzione. In una finzione fin troppo simile alla realtà per milioni di giovani ragazze, la sola via di uscita per Amal è attraverso i libri, gli stessi che il padre le aveva insegnato ad amare, ogni mattina a Jenin. Il messaggio che esce da questo libro è forte e diretto:

Possono portarti via la terra e tutto quello che c’è sopra, ma non potranno mai portarti via quello che sai o le cose che hai studiato.

Che altro posso dirvi di questo libro? Che l’ho finito di leggere tra le lacrime, che ho studiato il conflitto israelo-palestinese un sacco di volte nel corso degli anni ma non l’ho mai compreso fino in fondo così come mentre leggevo questo libro, che anche se non prettamente libro di viaggio come lo intendiamo noi, vi raccomando “Mornings in Jenin” di Susan Abulhawa con tutta me stessa!

Lui è il sogno che non mi ha mai abbandonato. La terra che mi hanno strappato. La patria che vedo, ma che resta irraggiungibile.

Questo post partecipa al venerdí del libro.

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