Un libro in valigia: “The Passengers” di Eleanor Limprecht

Insieme a “The Choice“, il premio per il miglior libro letto negli ultimi due anni va sicuramente a questo libro. Ho amato fin da subito “The Passengers” di Eleanor Limprecht per quel suo essere ambientato a Sydney, nei quartieri che frequento quotidianamente da anni, negli anni appena prima e a cavallo della seconda guerra mondiale. Una storia d’amore, di lontananza, di speranza e di paura. Una storia che esplora i viaggi che compiano, i sacrifici che facciamo e la sofferenza che patiamo per amore. Una storia che racconta come quello che più desideriamo è quello che ci siamo lasciati alle spalle, un passato che continua a essere presente nonostante il passare del tempo.

La trama

The Passengers è la storia di due donne, due generazioni, due paesi, due viaggi. Da una parte c’è Sarah, una sposa di guerra australiana che conosce e si innamora di un soldato americano stazionato a Sydney durante la Seconda Guerra Mondiale. Sposati in fretta e furia prima di Roy venga mandato nel Pacifico, quando lui rientra in patria a seguito di una ferita di guerra, Sarah lo segue in America a bordo di una delle Bride Ships che riunivano donne australiane con i loro mariti o fidanzati americani. In un’epoca in cui trasferirsi dall’Australia negli Stati Uniti voleva dire affrontare un viaggio di sola andata per un paese di cui non si conosceva praticamente nulla, Sarah si trova a lasciare – verosimilmente per sempre – non solo i propri cari, ma anche l’unico mondo che conosceva.

There were streamers stretched between the boat and the dock, and on the pier a band played ‘Waltzing Matilda’ and ‘Now is the Hour.’ All around us other girls were waving too, many of them in tears. I held out one arm to Dot and with the other blew her a kiss. The sun was beginning to set over the city when, after three deep blasts of the ship’s horn, two sturdy small tugs began to pull us out to sea. Dockworkers in boats around us untied mooring lines and I heard a few of them calling out, ‘You’ll be sorry!’ Brynn leaned over the railing and shouted, ‘No I won’t!’ to the applause of the other brides and hoots from American sailors.

E dall’altra parte c’è Hannah, nipote di Sarah, che accompagna la nonna nel suo primo viaggio di ritorno in Australia dal 1946. E durante questo nuovo viaggio in nave da un continente all’altro non solo Sarah racconterà ad Hannah il motivo per cui emigrò negli USA tanti anni prima e come si innamorò e disinnamorò di un uomo. Ma la crociera servirà anche da pretesto per affrontare i fantasmi che perseguitano Hannah e per farle capire, una volta per tutte, l’importanza di amare se stessa prima di poter amare qualcun altro..

And I think about how Grandma seems different here, as if she has slipped right into place; the veneer of trying is gone. And I think about what it is to be too old and how I don’t want to get there and wish I had spent my life feeling happier with what I’d had, rather than always feeling bad about what I’d done.

Il contesto storico

Ne avevo forse sentito parlare qua e là, ma prima di leggere questo libro non conoscevo veramente il fenomeno delle war brides ma soprattutto delle war ships. Il motivo di base che spinse il governo americano – così come quello australiano che ricevette 177 bride ships tra il 1944 e il 1949 – a offrire trasporto gratuito e libera entrata negli USA a mogli, fidanzate e figli dei soldati di ritorno, era quello di assicurare il rientro degli uomini dal fronte, evitando che si stabilissero con le nuove famiglie oltreoceano. Quello che il governo non aveva previsto però era l’astio e la gelosia con cui i locali, soprattutto donne, avrebbero accolto le nuove migranti, ree di aver “rubato” gli uomini locali, in un’epoca in cui gli uomini in età da moglie non erano poi così tanti. L’idea che almeno 50.000 spose e 20.000 bambini abbiano salpato l’oceano, verso un mondo totalmente sconosciuto, per raggiungere mariti e padri che erano praticamente estranei, mi lascia davvero senza parole. Quanto coraggio! Quanta follia!

The sky was clear, and when I looked up it was like being at the farm again, all the stars, and my eyes prickled at the memory of a place that I’d certainly never return to now.

Si parla così tanto della prospettiva maschile della guerra – e anche quando si considera l’esperienza delle donne, lo si fa solitamente in relazione a quella degli uomini, parlando ad esempio delle donne infermiere che curavano i soldati feriti, o quelle che lavoravano nelle fabbriche, sostituendo gli uomini al fronte – che ho molto apprezzato questo punto di vista tutto al femminile, che racconta una visione del conflitto decisamente unica e poco conosciuta.

Le mie impressioni

Questa storia mi ha parlato dritta al cuore e l’ho sentita molto mia, in quanto anche io ho scelto di trasferirmi in Australia dopo essermi innamorata di un australiano. Nel leggere queste pagine, e nello scoprire la storia delle war brides, ho sentito una strana connessione con queste donne e con l’autrice del libro. Come loro, anche io so molto bene cosa voglia dire lasciare il proprio paese per amore, ma, allo stesso tempo, pagina dopo pagina ho anche realizzato quanto sia stata fortunata a potermi trasferire a 20.000 km da casa nel 21° secolo. A poter avere email, Whazzapp, Facetime, Skype e tutto il resto; a poter avere ampia conoscenza del paese che mi avrebbe ospitata prima ancora di metterci piede; ma soprattutto, a poter avere la possibilità di tornare a casa (quasi) ogni volta che lo voglia. Per me non è stato un viaggio di sola andata come lo è stato per Sarah e centinaia di migliaia di altre donne nel corso dei secoli. Non ho dovuto aspettare 60 anni prima di poter tornare nel mio paese, e non sono dovuta partire con la consapevolezza che non avrei più rivisto i miei cari. Ma come Sarah e tutte le altre, quell’essere divisa tra due mondi è una battaglia che affronto giornalmente, e non si fa più semplice col passare del tempo.

I tell myself to be glad that i’m on the ship, but I feel as though part of me is at the farm with you all, and part of me is over with Roy, and as the ship moves I’m stretched thinner an thinner between.

La scelta di emigrare è una che raramente si prende a cuor leggero, ma spesso, soprattutto quando la si prende giovani e per amore, è accompagnata da una buona dose di incoscienza. Si sale su un aereo che ci porterà in un mondo così diverso da quello che ci stiamo lasciando alle spalle, e lo facciamo convinte che quel batticuore sarà sufficiente per farci passare la nostalgia di casa e farci sentire meno stranieri. A volte è così, a volte non lo è. A volte quell’amore si rivela una chimera, le differenze diventano divari incolmabili e la lontananza da tutti gli altri affetti troppo grande. E allora che si fa? Si torna indietro o si resta? Noi oggi questa scelta l’abbiamo, Sarah no.

It came to me when I was standing in front of an enclosure that held two black bears […]. They were trapped, but I was free. And I would stay. To go back was to admit defeat. To pick up where I had left off.

The Passengers” di Eleanor Limprecht è un romanzo storico, d’amore, di viaggio. È un romanzo che, da emigrante per amore, mi ha parlato direttamente al cuore e per questo non posso che consigliarlo a chiunque, ma soprattutto a tutte le donne che hanno avuto il coraggio o l’incoscienza di lasciare la propria terra per seguire o raggiungere il proprio amore.

How is it a place can speak to you? The way the bark on the trees catches the light, the sound of the kookaburras laughing at dusk, whipbirds high on the trees. The snap of branches beneath your feet and the rustling sound they make above when the wind blows through. How is it that all these thigs can still wrap around you like a blanket?

2 thoughts on “Un libro in valigia: “The Passengers” di Eleanor Limprecht

    1. Davvero un punto di vista particolare che io ho apprezzato molto! Spero che ti piaccia! Fammi sapere cosa ne pensi dopo che lo hai letto!

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