La scelta di sentirsi vittima

Mio padre è morto che avevo 18 anni. Un incidente sul lavoro. Una delle tante morte bianche di cui purtroppo non si parla abbastanza. Una morte istantanea. Un attimo prima c’era e quello dopo non c’era più. Almeno così ha detto il medico legale, e io da 13 anni a questa parte mi aggrappo a questa magra consolazione.

Dicevo che mio padre è morto che avevo 18 anni. Una morte ingiusta, stupida, assolutamente prevenibile. Una morte che un colpevole non l’ha mai avuto. La giustizia non ha fatto il suo corso – e quando mai lo fa, in Italia? – e la responsabilità per la fine di quella splendida vita fu interamente addossata all’unica persona che non poteva difendersi: mio padre appunto. Niente colpe per il capo, nessuna responsabilità per l’azienda. Solo un “te la sei voluta tu” gridato da un’aula di tribunale a una tomba di cimitero.

Che mio padre abbia avuto un ruolo nel suo incidente mortale è un dato di fatto (almeno per me), così come lo è il fatto che questo non sarebbe successo se l’azienda non si fosse approfittata del suo grande senso del dovere e senso di responsabilità. Della serie, lui gli ha dato il mignolo e quelli si sono presi tutto il braccio. Ed eventualmente tutto il corpo. Lui fu senz’altro vittima di un sistema bacato, ma vittima lo diventammo anche noi nel momento in cui nostro padre, marito, figlio e fratello ci fu strappato via.

Diventare vittima dall’oggi al domani ti proietta in un mondo parallelo: che tu sia orfana, vedova, o in altro modo privata di un affetto, in quattro e quattr’otto ti trovi a dover fare i  conti con la sofferenza e nostalgia per la perdita, ma anche con il senso di colpa e la necessità di redelineare il proprio nuovo ruolo sociale. Il marchio di vittima ti viene appiccicato addosso prima ancora che il corpo sia fretto e da quel momento tutto quello che gli altri vedranno di te è quel marchio.

è molto difficile – se non impossibile – cambiare il modo in cui gli altri ci vedono, ma altrettanto difficile è modificare il modo in cui noi percepiamo e caratterizziamo noi stessi, quando certi meccanismi diventano radicati. La mia famiglia non è stata molto fortunata purtroppo e, ancora prima di diventare io stessa orfana di padre, ho visto parenti ed amici perdere padri e mariti. A queste tragedie c’è chi ha reagito tirando fuori i cojones e riprendendo in mano la propria vita, e c’è chi – molto più spesso – ha lasciato che il lutto lo definisse come persona.

But the mourning period also has a clear end. From that point on, the loss isn’t a separate dimension of life – the loss is integrated into life. If we stay in a state of perpetual mourning, we are choosing a victim’s mentality, believing ‘I’m never going to get over it’. If we stay stuck in mourning, it is as though our lives are over too. “The Choice” di Edith Eger

Così come i miei famigliari e amici, io stessa mi sono trovata davanti a tale scelta all’indomani della tragedia: potevo fare la vittima, potevo giocare la parte della povera orfana, ma cosa ci avrei guadagnato a parte la pietà delle persone? A differenza di altre persone, non ho mai voluto marciare sulla morte di mio padre, non ho mai voluto approfittare della compassione degli altri, nè usare questa perdita come scusante o giustificazione per alcuni miei comportamenti o azioni. Perchè a lungo andare questo atteggiamento non mi avrebbe giovato nè aiutato a superare il dolore.

Time doesn’t heal. It’s what you do with the time. Healing is possible when we choose to take responsibility, when we choose to take risks, and finally, when we choose to release the would, to let go of the past or the grief. “The Choice” di Edith Eger

Nonostante questo sia stato il mio motto negli ultimi 13 anni, è solo recentemente che sono riuscita a esprimere a parole questo mio sentimento e l’esigenza di non sentirmi come – e non essere trattata da –  vittima. Grazie a Monica ho infatti scoperto lo straordinario libro di Edith Eger,“The Choice” , sulla forza, la capacità ed il dovere di reagire alle sfide che la vita ci pone davanti. Da adolescente Edith è rinchiusa ad Auschwitz-Birkenau prima, partecipa alla marcia della morte attraverso l’Austria dopo, ed infine è imprigionata a Mauthausen. Neanche a dirlo, di orrori nell’anno in cui si trovò nelle grinfie dei nazisti Edith ne vide un’infinità, perse entrambi i genitori nelle camere a gas, e arrivò a essere salvata dalle truppe americane praticamente in fin di vita. E a tutto questo sopravvisse grazie alla consapevolezza di poter controllare la propria mente e il modo in cui questa reagiva alle atrocità che stava vivendo.

At every selection line, the stakes were life and death, the choice was never mine to make. But even then, in my prison, in hell, I could choose how I responded, I could choose my actions and speech, I could choose what I held in my mind. I could choose whether to talk into the electrified barbed wire, to refuse to leave my bed or I could choose to struggle and live, to think of Eric’s voice and my mother’s strudel, to think of Magda beside me, to recognise all I had to live for, even amid the horror and the loss.

Dalla follia dei nazisti Edith ne esce miracolosamente viva, e da questa esperienza ne trarrà la forza e l’inspirazione per dedicare la sua vita e la sua carriera ad aiutare gli altri a superare traumi. Perchè dal suo orrore Edith ha imparato la più grande lezione di vita che si possa imparare: non possiamo cancellare il dolore, ma siamo liberi di accettare chi siamo e cosa ci è stato fatto, e andare oltre. Possiamo scegliere come reagire.

Senza ombra di dubbio posso dire che questo libro sia il migliore che abbia mai letto, forse proprio perché mi ha parlato dritto al cuore e perché nelle sue pagine ho ritrovato, nero su bianco, i miei sentimenti degli ultimi 13 anni. Perché la scelta di sentirsi vittima è molto diversa da quella dell’essere vittima, ed è purtroppo molto più facile ritenere qualcuno o qualcos’altro responsabile per la tua sofferenza che assumersi la responsabilità per porre fine al tuo vittimismo. 

I can’t heal you – or anyone – but I can celebrate your choice to dismantle the prison in your mind, brick by brick. You can’t change what happened, you can’t change what you did or what was done to you. But you can choose how you live now. You can choose to be free.

 

8 thoughts on “La scelta di sentirsi vittima

  1. Bravissima! Ben Detto! Ho perso la mia bambina ormai 4 anni fa e il mio papà l’anno precedente. Ho deciso di andare avanti a testa alta ed apprezzare ciò che ho ogni giorno, le piccole cose.
    Li porto nel cuore e piango per la loro mancanza ogni giorno, ma non voglio fare la vittima.

    1. Cara Silvia ti ringrazio di cuore per le tue parole. Io so solo come essere orfana di padre, di nonni e di zio, mentre a te la vita ha riservato un tiro molto più mancino. Posso solo immaginare quanto dolore tu abbia sofferto ma nelle tue parole leggo davvero una grande forza, perciò complimenti davvero. Ti abbraccio da qui

  2. …di fronte a tanta sofferenza, ma anche lucidità, coraggio e passione non posso che stringerti in un virtuale ma forte e sentito abbraccio. Che estendo senza dubbio alcuno ad Elena qui sopra. Grandi ragazze, avete tutta la mia ammirazione e il mio plauso 🙂

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