Di traumi rimossi e pericoli scampati

Un tweet dell’attrice Alyssa Milano di qualche giorno fa che invitava a condividere episodi di molestia e violenza sessuale ha dato il via a un numero impressionante di messaggi caratterizzati dall’hastag #metoo. L’invito dell’attrice e di tutti coloro che hanno aderito all’iniziativa è di condividere la propria storia di violenza per far capire la portata di questo terribile fenomeno e dare finalmente voce alle tante, troppe storie non raccontate. Continue reading “Di traumi rimossi e pericoli scampati”

Girl power

Bionda, minuta, carina, femminile e delicata. Dall’aspetto fisico non le daresti una lira come ricercatrice e attivista. Poi la senti parlare e la mandibola ti crolla. Lei, bionda e minuta, che si trova egualmente a suo agio a vivere tra i guerriglieri nella giungla della Colombia, nel nord dell’Iraq o in un sobborgo di Londra. Lei, per cui il concetto di casa, diversità e di distanza assumono un significato tutto particolare. Lei, pronta a partire per nazioni come il Gabon o il Kirghizistan non perchè ci sia qualcosa in questi paesi che lei voglia vedere a tutti i costi, ma perchè di questi paesi non sa niente e vuole scoprire cosa possano offrirle. Lei, che è il mio mito. Lei è Johanna.

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L’Australia ha un problema con l’alcol o con la violenza?

In preparazione al matrimonio – per riuscire a perdere quei chili che si sono veramente affezionati a me e che non mi lascerebbero per niente al mondo – avevo deciso di rinunciare agli alcolici per i 4 mesi e 22 giorni che separavano capodanno dal grande giorno. La mia amica Serena mi ha dato della pazza. Ma per me davvero non è stato un sacrificio così grande. Non sono astemia, ma non mi piace neanche bere più di tanto. Ogni sera ogni tanto mi bevo un bicchiere di vino bianco a cena, o se usciamo prendo un cider che mi basta per tutta la serata. Tutto qui.

Forse per questo non riesco a capire il bisogno di abusare di alcolici. Soprattutto nelle quantità e nelle modalità in cui lo fanno qui in Australia. Ma di questo vi avevo già raccontato qui. Non lo sapevo quando ho scritto quel post e non lo so adesso cosa spinga gli australiani a sfondarsi in quel modo. Quello che so è che nei 4 anni da quando abito qui ho assistito (o sentito o letto) a più litigate, risse e scazzottate che in qualsiasi altra parte del mondo io sia stata. E per me questa è la vera piaga dell’Australia.

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Quando manca l’aiuto giusto

Se mi seguite con constanza, sicuramente vi ricordete del mio simpatico vicino alcolizzato…. Che tanto simpatico non è mai stato, e lo è ancora meno da quando ha cominciato a stalkerizzarmi… Ma non pensate subito al peggio, per favore. Vi avevo già raccontato nello scorso post della sua orribile abitudine di bussare per ore alla mia porta, senza nessun motivo, o del suo tentativo di entrare nel mio appartamento. Ma c’è altro. Perchè da qualche settimana a questa parte, ogni volta che lui ha una delle sue nottate di bravate, a cui segue un’intera giornata di bevute, urla, e schiamazzi, e io esco di casa, lui apre la sua porta, mi urla frasi più o meno comprensibili e più o meno appropriate, e a volte mi segue giù dalle scale. Vi spiego meglio: noi abbiamo delle porte con dead bolt per cui basta tirarsi la porta dietro per chiuderla… Il problema è che questa porta, quando si chiude, fa parecchio rumore. Ecco, io esco di casa, mi chiudo la porta alle spalle e mi avvio verso le scale; lui sente la mia porta chiudersi, apre la sua (attaccata alla mia) e mi parla/segue. Io ovviamente non gli rispondo, a volte neanche lo guardo, e tiro dritto giù per le scale, senza correre ma senza fermarmi. E lui di solito a quel punto se ne torna a casa. Ecco, questo è quello che succede da qualche settimane, una o due volte la settimana. Non è niente di eccessivo, non ha mai provato a toccarmi o a fermarmi (e ci mancherebbe!), e non mi ha mai seguito in strada… Ma per me è abuso, è stalking, è mancanza di rispetto e voglia di invadere la mia privacy e minare la mia sicurezza. Non è una violenza fisica, ma è violenza mentale.

E così oggi abbiamo fatto l’ennesimo passo per provare a risolvere questa situazione. Non so come funzioni in Italia, ma qui in Australia per quanto riguarda le liti/dispute tra vicini, esiste un protocollo abbastanza rigido da seguire per cercare di risolvere il problema. Il primo step ovviamente è quello di cercare di parlare con il vicino in questione e chiedergli di interrompere l’atteggiamento che crea il problema. Noi l’abbiamo fatto di persone appena trasferiti qui, ma poi, visto il soggetto che avevamo di fronte, abbiamo deciso di affidarci all’amministratore del condomiio, che ha mandato lettere su lettere al vicino chiedendo di piantarla. Lettere che ovviamente non hanno avuto nessun effetto. Il secondo step è quindi di inviare una notice to comply, ovvero una richiesta formale da parte dell’amministrazione di rispettare una regola, in questo caso il silenzio. Se questo non dovesse venire entroun determinato termine di tempo (nel mio caso, immediatamente), il vicino può essere multato fino a $550. Qualora anche questo non dovesse funzionare, il terzo step è quello di ricorrere alla mediazione. Questo servizio a basso costo viene offerto dal dipartimento del Fair Trading, che si occupa, tra le altre cose, anche di dispute tra vicini. La mediazione è volontaria e si tratta appunto di mediazione, per cui le due parti cercano di trovare una soluzione al problema con l’aiuto del mediatore. Qualora una soluzione non si trovi, allora il quarto step è chiedere un’udienza al tribunale civile e amministrativo dello stato, che può imporre sentenze e multe, ed ordinare che determinate azioni avvengano.

E quindi, tornando a noi, questa mattina abbiamo avuto il nostro incontro di mediazione, per cui eravamo estremamente in ansia, non sapendo a cosa andavamo incontro. Mille scenari ci si aprivano davanti: che all’incontro venisse solo la sorella (proprietaria di casa), che venisse anche lui, che negassero tutti, che fossero aggressivi, ecc. Ci siamo preparati al peggio, e forse questo ci ha aiutato a reagire meglio oggi. All’incontro sono venuti la sorella e il marito. Ci hanno lasciato esporre la nostra posizione, e poi, con gli occhi bassi, hanno ammesso che fosse tutto vero. Hanno ammesso che, nonostante non fossero a conoscenza di alcuni dettagli (come i suoi abusi nei miei confronti), sia consci di come questo problema vada avanti da anni. E che il motivo è l’alcolismo del fratello. E i suoi problemi di schizofrenia. E questo noi non lo sapevamo: così adesso sappiamo che abbiamo a che fare con un vicino schizofrenico, oltre che alcolizzato. Combinazione esplosiva? Per la mia ignoranza sì, ma mi affido volentieri a qualche esperto per consigli e suggerimenti. Detto questo, la sorella ha ammesso di non sapere cosa fare e di avere le mani legate. Perchè nel New South Wales (non so nel resto d’Australia) non esiste la possibilità di ricoverare una persona per alcolismo (o altre dipendenze) contro la sua volontà. E lui chiaramente non vuole curarsi. E quindi loro (e noi) si trovano davanti a un impasse: vogliono risolvere il problema, vogliono aiutare il fratello, ma non sanno come farlo.

E questo è decisamente triste per tutte le persone coinvolte: la persona che continua a essere vittima della sua dipendenza, la famiglia che vorrebbe aiutare il malato, i vicini che devono subirne gli abusi, e la comunità in generale che non è protetta da un individuo potenzialmente pericoloso. Il tutto per salvaguardare la libertà di ogni individuo, che non può essere negata a meno che non venga imprigionato. Ma a me pare che in questa situazione, siamo tutti a perderci…

La violenza della porta accanto

Ad agosto saranno 2 anni che abitiamo nel nostro appartamento tra gli alberi. Mi piacerebbe poter dire che non vorrei mai andare via di qui, che non c’è altro posto al mondo dove vorrei essere, e che la mia vita qui è semplicemente perfetta. Ma direi una manciata di palle. Come forse vi ricorderete, mi avevo già raccontato qui come il mio palazzo sia un po’ “particolare”. The understatement of the year!

Purtroppo infatti non siamo stati benedetti con vicini gentili e amorevoli, che mi invitano a casa loro per un caffè o si offrono di badare a Bailey quando noi non ci siamo. Oh meglio, tra gli 11 vicini che abitano nel nostro palazzo, una sola è così, e infatti è la nostra unica amica. Ma il nostro vicino della porta accanto, quello con cui condividiamo il muro della sala e della camera da letto, è semplicemente un mostro.

Non sto scherzando e non sto esagerando. Vi avevo già parlato di lui nel post di prima: lui è il mio vicino alcolizzato e (probabilmente) psicopatico con qualche problema mentale. Non è la prima volta che vi racconto del problema dell’Australia con l’alcol. Non lo sapevo quando ho scritto quel post e non lo so adesso cosa spinga gli australiani a sfondarsi in quel modo. Quello che so è che nei quasi 2 anni da quando abito qui visto davvero il peggio che l’alcol può fare. Ho sopportato notti insonni, quando lui torna a casa ubriaco marcio da una nottata di bevute. Ho sopportato giornate di mal di testa, quando lui tiene la tele o lo stereo a un volume semplicemente assordante. Ho sopportato urla, grida e litigate con sua madre, con la tele, con i passanti, con i suoi amici immaginari. Ho sopportato porte sbattute, pugni sui muri, finestre scorrevoli aperte e chiuse in continuazione. Ma peggio di tutto ho dovuto sopportare i suoi abusi quando decide di rifarsi su di noi e passa ore a bussare alla mia porta senza nessun motivo. Ho dovuto sopportare il suo tentativo più o meno cosciente di entrare nel mio appartamento.

Sono 2 anni che sopporto tutto questo più o meno giornalmente. Sono 2 anni che mi addormento con i tappi nelle orecchie. Sono 2 anni che dormo decisamente meno e peggio di quello che vorrei. Sono 2 anni che non rispondo alla porta se qualcuno bussa. Ma soprattutto, sono 2 anni che esco o rientro a casa con la paura di incontrare lui sulle scale. Sono 2 anni che non mi sento sicura a casa mia.

E non c’è sensazione peggiore. Ve lo posso garantire.

So di non essere la sola purtroppo. La cronaca è piena di casi simili al mio, casi purtroppo finiti come io non voglio assolutamente finire. Per cui mi sto muovendo con i mezzi leciti a mia disposizione per evitare di diventare l’ennesimo nome su un giornale. L’Australia è un paese che funziona, le autorità esistono e i diritti vengono rispettati. Ma l’Australia non è un paese perfetto, e anche qui certe cose non funzionano. Purtroppo.

Ma qualcosa si può fare. Forse un giorno vi racconterò della procedura che sto seguendo. Per ora sappiate che sto vivendo questa situazione davvero brutta. Ed è tutta colpa dell’alcol, che (assunto in quelle quantità) annebbia il cervello, elimina ogni freno, e porta alla violenza. Quello che spero con tutto il mio cuore è che se un giorno vedrete il mio nome sui giornali, sia perché ho fatto qualcosa di bello con la mia vita, e non perché Martin è uscito di testa… Fingers crossed!