PhD per restare in Australia?

L’Australia negli ultimi anni é diventata meta molto ambita sia come destinazione per turisti che per wannabe-expat. Dei motivi per scegliere questo bellissimo paese ve ne ho parlato molte volte (così come vi ho parlato di quelli per cui non sceglierlo), e trasferirsi in Australia é sicuramente una possibilità che fa gola a molti… ma non sempre realizzare questo sogno é facile o fattibile! Continue reading “PhD per restare in Australia?”

La fine del mio PhD

Fine. The end. Caput. Questo avrei voluto scrivere alla fine delle mie 345 pagine di tesi. Avrei voluto finire col botto, avrei voluto finire con una frase ad effetto o semplicemente con due parole che mettessero definitivamente fine a questo capitolo della mia vita. Ma so bene che nonostante questo progetto sia giunto (quasi) al termine, la mia relazione con la ricerca, con l’università e soprattutto con i bambini soldato non é ancora finita.  Continue reading “La fine del mio PhD”

Post PhD blues: cosa vuoi fare da grande?

In questi giorni mi sto preparando a presentare la mia domanda di conclusione del dottorato, e dopo quasi 4 anni di PhD vedere la luce in fondo al tunnel non mi sembra ancora vero. Questo percorso non é ancora finito, c’é questa benedetta conclusione da scrivere (se concludo con The End va bene?) e la tesi da far editare, prima di inoltrare la tesi agli esaminatori (che per fortuna hanno accettato tutti). Ma quasi ci siamo. E poi? Continue reading “Post PhD blues: cosa vuoi fare da grande?”

Cosa ho imparato grazie al mio PhD

Da 3 anni è mezzo la mia vita ha avuto una costante (marito a parte): il mio PhD. Le case sono cambiata, il mio status civile anche, amiche sono venute e andate, ma lui mi è sempre rimasto accanto. Il mio dannato PhD! Abbiamo un rapporto complicato noi: vi avevo raccontato qui quali sono i lati negativi di questo progetto, mentre qui vi avevo parlato dei lati positivi che questo lavoro mi sta regalando. Il rapporto di amore e odio continua, ma ora che la luce in fondo al tunnel è visibile, voglio riflettere su quello che il mio PhD mi ha insegnato. Continue reading “Cosa ho imparato grazie al mio PhD”

L’unione fa la forza

Il cielo è cupo e minaccia pioggia. Fa freddino rispetto al caldo di Milano dei giorni scorsi, ma niente in confronto al freddo che ho lasciato in Australia una settimana fa. Cammino  rapida lungo Steingasse, una splendida stradina pedonale sopra un Salzach grosso e agitato dopo le piogge dei giorni scorsi. In un attimo sono all’università di Salisburgo. L’atrio della facoltà di scienze sociali pullula di gente, dò il mio nome al banco registrazioni, mi riempiono di materiale e di una targetta col mio nome che non so mai dove mettere (usare la pinzella o la spilla da balia è sempre un dilemma) e mi mescolo alla folla. Continue reading “L’unione fa la forza”

Girl power

Bionda, minuta, carina, femminile e delicata. Dall’aspetto fisico non le daresti una lira come ricercatrice e attivista. Poi la senti parlare e la mandibola ti crolla. Lei, bionda e minuta, che si trova egualmente a suo agio a vivere tra i guerriglieri nella giungla della Colombia, nel nord dell’Iraq o in un sobborgo di Londra. Lei, per cui il concetto di casa, diversità e di distanza assumono un significato tutto particolare. Lei, pronta a partire per nazioni come il Gabon o il Kirghizistan non perchè ci sia qualcosa in questi paesi che lei voglia vedere a tutti i costi, ma perchè di questi paesi non sa niente e vuole scoprire cosa possano offrirle. Lei, che è il mio mito. Lei è Johanna.

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Consigli pratici #5: come iscriversi a un PhD

L’Australia è l’Eldorado del nuovo millennio, la nuova America per tanti aspiranti emigranti… Ma l’Australia del 2015 non è né l’Australia né l’America del dopo guerra, quando chiunque era bene accetto e si poteva emigrare relativamente facilmente, a patto di potersi permettere il lungo viaggio. L’Australia del 2015 è molto selettiva e rigida per quanto riguarda l’immigrazione: non tutti sono i benvenuti, e anche quelli che lo sono devono comunque passare un lungo e complesso procedimento per passare da residenti temporanei a permanenti. I giovani e meno giovani italiani e stranieri che sognano di mettere radici Down Under sono tantissimi e per farlo sono disposti davvero a tutto. uno dei metodi più comuni per “comprarsi del tempo” e trovare nel frattempo un modo per rimanere, è quello di seguire un corso scolastico e ottenere dunque il visto studentesco. Solitamente però si tratta di corsi brevi, quasi professionali e che raramente risolvono il problema di come rimanere in Australia, però di solito durano solo un anno. Solo pochi i giovani e meno giovani che pensano a un percorso di studi più duraturo (e necessariamente più complesso), e dalle prospettive future molto più promettenti: sto parlando di Master e PhD. Oggi è proprio di quest’ultimo che voglio parlarvi.

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A success story

Con tutto il parlare (spesso a sproposito) di migranti e rifugiati che si fa ormai in tutto il mondo, vorrei condividere con voi una storia che mi sta molto a cuore. La storia di un uomo che è stato bambino soldato prima e rifugiato poi, che ha compiuto atrocità immani e poi ha deciso di combattere per difendere i diritti degli altri. Deng Adut è l’esempio (uno tra tanti) che il proprio passato non sempre determina il proprio futuro, che la nazione di provenienza non sempre definisce una persona, e che una seconda possibilità non si nega a nessuno. Perchè con quella seconda possibilità una persona può cambiare il mondo.

With all the talking (often illinformed) about migrants and refugees that has been done lately everywhere, I want to share with you a story that is really close to my heart. It’s the story of a man who was first a child soldier and then a refugee, a man who committed terrible atrocities and the fought to defend others’ rights. Deng Adut is the example (one among many) that one’s past doesn’t necessarily determine one’s future, that one’s homecountry doesn’t always define a person, and that a second chance should be given to everyone. Because with that second chance, a person can change the world.

Il bicchiere mezzo pieno

Tempo fa vi avevo raccontato gli aspetti negativi dell’essere ricercatrice qui a Sydney. Decisamente non tutte rose e fiori. Ma non è tutto così nero. Oggi voglio spezzare una lancia a favore di questo “lavoro”.

Il vantaggio più grande è che sono padrona di me stessa. Certo, ho un relatore (anzi due) a cui devo rendere conto dei miei progressi, ma non si tratta di un supervisore assillante e appiccicoso. Non devo informarlo di ogni spostamento, di ogni cambiamento e di ogni decisione che prendo. A dire il vero neanche mi chiede su cosa sto lavorando, se non durante gli incontri sporadici che abbiamo. Il dottorato è il mio e io sono in charge.

Di conseguenza, posso lavorare come, dove, quando e quanto voglio. Premesso quanto detto al punto sopra, non sono obbligata a lavorare dalle 9 alle 5, dal lunedì al venerdì, in biblioteca o da casa mia. Sono libera di scegliere i miei tempi, i miei ritmi, ma soprattutto le mie locations. Pomeriggio di “lavoro” in spiaggia? Mattina di “lettura” al parco? Giornata di “riflessione” in piscina? Si può fare. Fa troppo caldo e non ho voglia di muovermi dal divano davanti al ventilatore? Nessuno me lo impone. Voglio lavorare in mutande? Idem!

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E per fare tutto questo, non ho bisogno di chiedere permessi, né malattie, né ferie. Voglio prendermi una giornata di riposo? Un’amica mi invita in città per un caffè? Non riesco a dire di no a un pomeriggio di shopping? Viaggetto solo donne alle Figi? Sì, sì, sì è ancora sì. Posso fare tutte queste cose senza dover chiedere niente a nessuno, senza dover chiedere permessi, né prendermi ferie o malattie. (Anche se il mio contratto mi permetterebbe di prendere giorni di malattia e 4 settimane di vacanza all’anno, nessuno controlla niente, in quanto spetterebbe al relatore farlo, e, come già detto, il mio proprio se ne frega!)

Ho la grande libertà di scegliere cosa ricercare e cosa scrivere. Fintantoché il progetto è il mio, decido io che direzione far prendere alla mia tesi. Ovviamente l’approvazione del supervisore è necessaria, ma a livello pratico e per quanto riguarda i singoli dettagli, cosa ricercare, cosa scrivere, e come farlo, sono una mia decisione. In questo devo dire di essere molto fortunata: ho molti colleghi che sono praticamente i burattini dei loro relatori, fanno ricerca e scrivono articoli per conto loro, e non hanno nessun potere decisionale in merito. E allora diciamo che è meglio un relatore rilassato, piuttosto che uno dittatore!

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Il silenzio assordante delle mie giornate

Finito. Si è da poco conclusa l’ultima lezione del mio secondo corso di supporto al dottorato. Finalmente è finito. Una completa perdita di tempo, se proprio lo volete sapere. Ma non ho scelta, è un corso obbligatorio al fine di conseguire il dottorato. L’unica nota positiva è che mi costringeva ad andare in università e a passare due ore ogni mercoledì con alcuni dei miei colleghi. Sicuramente un cambio di routine positivo, dopo le lunghe giornate solitarie trascorse a casa. Chi l’avrebbe mai detto che quest’esperienza di ricerca si sarebbe rivelata così mentalmente difficile? Continue reading “Il silenzio assordante delle mie giornate”