It is up to you

Sono reduce dalle solite 23 ore di volo e uno scalo. Da una colazione al volo all’aeroporto (giusto per sentirsi subito a casa con un bell’espresso e brioche) e un giro al mercato (che  oggi al paesello è giorno di mercato e vuoi non fermarti a fare un giro e salutare eventuali conoscenti?) nel caldo di luglio (ed io nei miei vestiti invernali, arrivando dall’inverno e dall’aria condizionata di aereo e aeroporto). Sono in giro da più di 30 ore ma finalmente sono a casa. Sono le 10 di mattina, sono esausta, ma come ogni volta che torno a casa, sono troppo elettrizzata per riposarmi, e una doccia basta per farmi sentire rigenerata. Vorrei svuotare le valige, sistemare le mie cose per sentirmi a casa-casa, ma non posso. La mia camera è occupata per altri 5 giorni. 

Perdo tempo, chiacchero con la mamma, gioco con i mici e aspetto che Little B torni da lezione. Quando torna è un lungo e forte abbraccio con questo fratellino che tanto ino non è più da un pezzo. Nel frattempo arriva anche la zia, che ci fa compagnia per pranzo per festeggiare il mio ritorno. I piatti sulla tavola sono 5, ma ad accomodarci siamo solo in 4. Dalla mia camera tutto tace nonostante sia l’una e mezza e il pranzo sia servito. Bisognerà aspettare quasi le tre prima che Dylan compaia sulla porta.

Dylan, proprio lui. Lo studente cinese che mia madre ha ospitato per gli ultimi 10 mesi tramite AFS-Intercultura. Proprio lui che in questi 10 mesi ne ha fatte di cotte e di crude, e che tra qualche giorno rientrerà definitivamente in Cina, con un bagaglio di esperienze sicuramente più leggero di quello dei suoi vestiti. Non vedevo l’ora di conoscerlo, dopo aver sentito così tanto parlare di lui! Ma l’interesse non è chiaramente reciproco. Mi siedo con lui, provo a scambiare due chiacchere, ma il suo italiano è talmente limitato (dopo un anno in Italia) e il suo atteggiamento talmente disinteressato che mollo la presa quasi subito.

Il tempo di mangiare qualche boccone e sparisce di nuovo nella mia sua camera. Intanto noi continuiamo a chiaccherare, a ritrovarci, a tornare famiglia. Si fanno le 5 e decidiamo che quel che ci serve è un bel gelato italiano. Buono, buonissimo, come sognavo da 14 mesi. La porta della mia sua camera è di nuovo chiusa, come del resto è rimasta quasi perennemente negli ultimi 10 mesi. Nessuna risposta. Ribussiamo. Nessuna risposta. Apriamo piano la porta e Dylan è di nuovo a letto a dormire. Sono le 5 di pomeriggio e lui ha dormito fino alle 3 dalla sera prima. Non è malato, ma è stanco – dice – e vuole rimanere a letto. Perplessi, usciamo e ci godiamo il nostro gelato tanto sognato.

Alle 8 la cena è in tavola, per celebrare il mio ritorno Big Brother e cognata si uniscono a noi, ma in tavola c’è sempre un piatto in più rispetto alle persone sedute. Stessa routine del pranzo, bussa e ribussa, avanti e indietro, e alla fine Dylan si degna di unirsi a noi. Chiaccheriamo tra noi, le cose di cui parlare di certo non mancano, ma cerchiamo sempre di includere anche lui nella conversazione. Ma è tutto fiato sprecato. Non siamo neanche alla frutta quando Dylan si alza e senza dire niente lascia la stanza. Pensiamo tutti che sia andato a prendere qualcosa e che tornerà presto, ma fino al giorno dopo non lo vediamo più.

photo courtesy www.unsplash.com
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I successivi due giorni, gli ultimi due prima della partenza, trascorrono più o meno nello stesso modo. Dylan passa la maggior parte della giornata a dormire e la notte la passa in camera a giocare al computer. Non ci sono saluti o ultime uscite con gli amici, perché quei pochi (cinesi) con cui aveva legato si sono allontanati visto il suo disinteresse. Lo guardo sprecare le ultime giornate in Italia sul divano o davanti al computer e ripenso ai miei ultimi giorni in America: quelle giornate vissute fino all’ultimo secondo, ogni abbraccio con gli amici o la mia famiglia ospitante, ogni secondo impresso nella mia memoria per non dimenticare niente.

Dylan è partito nell’indifferenza di tutti (a parte la mia famiglia che, nonostante tutto, a lui si è affezionata), così come il suo anno è passato nell’indifferenza più totale. E a parte la rabbia che certi suoi comportamenti mi hanno provocato, questo mi ha fatto anche molta tristezza. Tristezza per quest’opportunità sprecata, per un anno buttato, per un’esperienza non vissuta a pieno, per tutte le possibilità non colte. Non so se Dylan avrà rimpianti. Non so neanche se si sia mai reso conto di quello che sarebbe potuto essere ma non è stato. Ma spero che, se dovesse avere un’altra opportunità del genere, che sappia viverla in modo diverso e sappia cogliere quello che non ha colto a questo giro.

Caro Dylan, spero che questa esperienza ti abbia insegnato che it is up to you: sta a te fare il lavoro duro, niente ti viene regalato, e niente avviene in automatico. In quest’occasione così come nella vita, se non ti sforzi non otterrai niente. O forse qualcosa lo otterrai pure, perché hai le conoscenze giuste, sei figlio o amico di. Ma non sarà la stessa cosa. Per riuscire nella vita devi mettervi in gioco al 100%. Sei tu il responsabile del tuo destino: sei tu a decidere come vivere la tua vita. Se le cose vanno bene puoi congratularti con te stesso. Ma se le cose vanno male, hai solo te stesso da incolpare. Non è colpa del paese che ti ha accolto, della famiglia che ti ha adottato, del lavoro, della politica. È colpa tua che non ci hai provato abbastanza.

It is your life, Dylan, and it is up to you to make the best of it!

 

9 thoughts on “It is up to you

  1. Come avere in famiglia un fantasma, che, di tanto in tanto, si rende visibile! Che tristezza! Non so se io, mamma ospitante, avrei resistito. Ciao

  2. E’ normale poiché NON siamo tutti uguali. C’è chi nasce con le palle e chi no. C’è chi ha ambizione e chi no. Può essere che le palle gli verranno tra 1, 5 o 10 anni. This is the life.

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