L’unione fa la forza

Il cielo è cupo e minaccia pioggia. Fa freddino rispetto al caldo di Milano dei giorni scorsi, ma niente in confronto al freddo che ho lasciato in Australia una settimana fa. Cammino  rapida lungo Steingasse, una splendida stradina pedonale sopra un Salzach grosso e agitato dopo le piogge dei giorni scorsi. In un attimo sono all’università di Salisburgo. L’atrio della facoltà di scienze sociali pullula di gente, dò il mio nome al banco registrazioni, mi riempiono di materiale e di una targetta col mio nome che non so mai dove mettere (usare la pinzella o la spilla da balia è sempre un dilemma) e mi mescolo alla folla.

Per la prima volta nella mia carriera di studente e ricercatrice sono circondata da quasi 200 persone che, come me, hanno fatto della ricerca la loro passione e la loro carriera. Quasi 200 persone di ogni paese, età, lingua, etnia e religione sono convenute oggi nella splendida (ma fredda e bagnata) Salisburgo per discutere, confrontarsi e migliorare la condizione di milioni di bambini che ogni giorno soffrono (o hanno sofferto) a causa di conflitti armati.

Una causa sicuramente nobile, un argomento sicuramente delicato e tanti buoni propositi che quasi sicuramente non vedranno mai la luce del sole. Nei tre giorni di conferenza si discuterà delle lezioni imparate dal passato e della condizione attuale di bambini in ogni parte del mondo, sperando che possano garantire un futuro migliore. Si tratta della mia prima conferenza internazionale sul tema di cui mi nutro quotidianamente e sono molto contenta di essere qui, oltre che orgogliosa di essere stata selezionata per presentare tra centinaia di papers che sono stati proposti.

Ci sono giovani (e meno giovani) dottorandi come me che in questa conferenza testano le acque per capire la validità e la forza delle proprie tesi e dei propri argomenti. Ci sono professori con una carriera già avviata che a ogni conferenza ripropongono la stessa presentazione e la stessa tesi. Ci sono uomini e donne importanti, che rappresentano le istituzioni e organizzazioni internazionali rinomate. E infine ci sono uomini e donne che sulla loro pelle hanno vissuto la sofferenza e la violenza  di cui in questi tre giorni abbiamo parlato.

Inspira ottimismo constatare quante persone, di ogni età e da ogni angolo di mondo, abbiano così a cuore la sorte dei bambini afflitti dai conflitti armati. Ti fa credere che sia un problema con una soluzione concreta. Ti fa credere che sia possibile mettere fine a questa piaga. E anche se nei tre giorni di conferenza il terrore, l’orrore e la follia umana dell’attentato di Nizza hanno reso tutto quello di parlavamo concreto e reale, la conferenza si è comunque conclusa con una nota di ottimismo.

Sono fiera di fare quello che faccio. Sono fiera di far parte di quel gruppo di persone che ancora hanno un ideale. Sono fiera di avere la speranza (per quanto effimera) che il mio lavoro possa, un giorno, cambiare la vita di bambini afflitti dai conflitti armati. E se anche ne potrò salvare uno solo, sarà per me una grande vittoria.

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