Il senso della paura

Quando ero bambina la paura mi ha aiutato a crescere. Ovviamente ho l’enorme fortuna e privilegio di essere cresciuta in un pacifico e ricco paese occidentale, quindi la paura della mia infanzia non era legata a violenza, povertà o sicurezza. Era la paura del “non correre in strada che finisci sotto una macchina”, o del “non mangiare troppe caramelle che poi ti viene il mal di pancia”, oppure “non accarezzare il cane che poi ti morde”.

 A pensarci adesso sembra che la paura sia stata la mia compagnia di vita. Mi ha insegnato a fare attenzione a non farmi male e a proteggermi: “non arrampicarti che poi cadi”, “non toccare la pentola che ti bruci”, “non giocare con i legni che te li ficchi in un occhio”, e così via. Mi ha insegnato la gerarchia, l’autorità, il potere, a temere chi sta sopra di me, perché detiene il controllo: “quando torna tuo padre glielo dico”, “se non mi dai il gioco lo dico alla maestra”, “se prendi un brutto voto a scuola non vai alla festa”, e così via. Mi ha insegnato a chi affidarmi, da chi difendermi, da chi stare lontana: “non parlare con gli sconosciuti che ti portano via”, “se hai bisogno di aiuto chiedi a un adulto”, “se un bambino di picchia vallo dire alla maestra”, e così via.

Ma la paura nel mondo di oggi che ruolo ha? Il terrorismo per definizione vuole terrorizzare, spaventare, preoccupare. E sicuramente ci riesce. Durante gli attacchi terroristici che hanno devastato così tante città in giro per il mondo la paura ci ha indubbiamente costretto le budella. A noi, protetti dallo schermo di un televisore e da migliaia di chilometri, e ai poveri innocenti che si sono trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. Non posso proprio immaginare il terrore di quelle donne e quegli uomini, che un attimo prima ballavano al ritmo di musica, bevevano una birra o leggevano un libro su una metro diretta al lavoro, e il momento dopo si trovavano a correre, nascondersi e lottare per la propria vita. Non posso proprio immaginare la paura che ti attanaglia quando qualcuno ti punta un fucile addosso, quando un’altra persona ti vuole far soffrire nel peggior modo possibile, quando un altro essere umano vuole giocare a dio con la tua vita.

Sono 10 anni che provo a immaginarmi (e allo stesso tempo cerco con tutta me stessa di non pensarci) la paura che deve aver provato il mio papà in quei pochi secondi che gli sono costati la vita. Chissà se ha capito cosa stava succedendo? Chissà se era spaventato? Chissà se sapeva di non farcela? Chissà se aveva paura? E anche se non voglio pensarci, la risposta alle mie domande è senza dubbio “sì”. Mentre volava giù da quella scala il mio papà aveva sicuramente paura: paura di soffrire, paura di lasciare la sua famiglia, paura di morire. Quella paura ce l’ha avuta scritta in volto, in quella smorfia distorta che la morte non cancella.  E se ha avuto paura lui che ha trovato sollievo in una morte così veloce, quanto possono avere avuto paura quelle centinaia di persone richiuse per ore con dei pazzi che volevano eliminarli uno a uno? Una paura da morire. Letteralmente.

Ma che senso ha tutta sta paura? Che scopo ha terrorizzare civili innocenti che non hanno nessun controllo su quello che avviene all’estero? Perché la (triste?) realtà è che seppelliti i cadaveri e ripulita la città, la vita torna sempre quella di prima. Ognuno ritorna al suo lavoro e alla sue abitudini: i primi giorni lo farà con un senso di colpa, lo farà con ansia, lo farà con la paura che qualcosa possa ancora succedere. Ma a poco a poco la paura passa, e la vita riprende a scorrere. Meno innocente, più crudele, più triste, e per molti decisamente più dolorosa, ma continua a scorrere. E allora che senso ha tutta questa violenza e tutta questa paura?

Perché qui non stiamo parlando della conquista di un territorio, dello spodestamento di un re o della richiesta di nuovi diritti. Qui stiamo parlando di una guerra ideologica che non produce né vincitori né vinti. Perché è una guerra che non avrà mai fine. Trent’anni di guerra fredda tra comunismo e capitalismo dovrebbero averci insegnato che, nonostante le bombe e le minacce, l’ideologia sopravvive. Nessuno può farci smettere di credere in un dio, nessuno può farci smettere di credere in una libertà, nessuno può farci smettere di pensare. E allora che senso ha tutta questa violenza?

NotAfraid
Immagine presa dal web

10 thoughts on “Il senso della paura

  1. Il terrorismo trova la sua vittoria quando tu cambi azione per paura. E con l’Europa, ha sempre vinto. Nel 2004 in Spagna ha avuto una forte influenza con le elezioni. Dopo Charlie Hebdo, si sta molto più attenti a “non offendere”. Alcune compagnie aeree han smesso di volare in Sinai. E con questi ultimi attacchi di Parigi, l’Europa è andata in tilt per la paura: partite annullate, scuole chiuse, metropolitane bloccate, voli cancellati…

    1. Purtroppo hai ragione. Dal 11/9 il nostro modo di viaggiare, di volare e di vivere semplicemente in un luogo/evento affollato e’ decisamente cambiato, e in questo il terrorismo ha vinto…

      1. Dal 11/9 è cambiata solo la sicurezza nei voli. Sicuramente non il modo di vivere: le abitudini non sonoa cambiate, la sicurezza non è stata applicata in ogni posto. Non si trovano controlli alla stazione dei treni, all’entrata della metro, alle porte dei centri commerciali. Se chiedi ad un italiano di controllare la borsa quando entra in un luogo pubblico, ti guarda come se venissi da marte.
        Continuare a fare le cose, pur cambiando il modo di farle, non è una sconfitta. Il terrorismo vince quando smetti di fare le cose per paura..

  2. Fai delle domande molto difficili, e mi unisco a te nel non capire il senso, che sicuramente esiste per qualcuno con un’altra visione della vita, del potere e del predominio sugli altri. Siamo così piccoli nella nostra letterale ignoranza di cosa si muove sopra di noi… Usando il nostro spirito di sopravvivenza animalesco, credo che l’unica cosa che abbia senso sia andare avanti, ristabilire nuovi equilibri nella nostra vita e non dimenticare. Sia che si tratti della perdita di una persona cra, sia nel caso della perdita di molti sconosciuti innocenti.

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