Il peso della memoria

Facevo le medie quando ho sentito per la prima volta parlare di Auschwitz, di ebrei e di campi di concentramento. Non so se prima di allora qualcuno me ne avesse parlato, ma se anche fosse, dubito che sarei stata in grado di capire, capire veramente, la portata di quella tragedia. Perché finché le parole rimangono solo parole, finché una notizia la si legge sui libri di storia o sui giornali, è difficile che ti entri sotto la pelle e ti colpisca al cuore. Forse perché certe tragedie sono troppo grandi per essere capite solo con la mente. Forse bisogna toccarle con mano.

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E così, quando, in seconda o in terza media, la scuola invitò un sopravvissuto dell’Olocausto a parlare con gli studenti, le sue parole e le immagini da lui descritte mi sono entrate dentro e non mi hanno più lasciato. Non ricordo se fosse per il Giorno della Memoria. Forse. Non ricordo i dettagli, non ricordo in quale campo di concentramento fosse stato imprigionato. Quello che ricordo, ancora oggi, dopo 16 o 17 anni, è il momento in cui quel vecchietto si è piegato a 90° sul tavolo e ha rivissuto le torture subite. Davanti ai nostri anni, quel vecchietto è tornato ragazzo, piegato dalla pazzia e dalla crudeltà umana. Davanti ai nostri anni, quel vecchietto ha rivissuto la frustate e le bastonate subite. Eins, zwei, drei, vier, fünf. A ogni numero il suo corpo si contorceva su quel tavolo e dai suoi occhi piovevano lacrime. Il dolore evidente sul suo viso e nel suo cuore. Oggi come allora.

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E una volta scoperto l’orrore dell’Olocausto, quel dolore e quello strazio non mi hanno più abbandonato. Dopo aver visto sul suo volto il peggio della razza umana, non mi sono più scioccata per niente.

In quinta superiore sono stata a Terezin, fuori Praga: abbiamo visitato il campo di concentramento in cui furono imprigionati circa 144.000 ebrei, e il forno crematorio che bruciò i corpi dei 33.000 che qui ci morirono. Abbiamo visitato il museo, visto gli strazianti disegni dei bambini che in questo lager ci vissero, e gli oggetti dei 88.000 persone che da qui vennero deportati ad Auschwitz. A ogni valigia, a ogni giocattolo, a ogni spazzola, un pugno al cuore.

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Quell’incontro con quel vecchietto superstite alle medie, e quella visita a Terezin hanno reso la Shoah  per me una faccenda ‘personale’. Dai polverosi libri di storia, quegli errori sono entrati nella mia testa, nella mia pancia e nel mio cuore.

Quello che mi chiedo oggi però è questo: quando io ho studiato la seconda guerra mondiale e tutti i suoi orrori, ho studiato eventi accaduti solo 50 anni prima. I miei nonni avevano vissuto quella guerra, se le ricordavano bene e ne parlavano come fosse successa ieri. Di superstiti ce ne erano ancora tantissimi in giro, chiunque conosceva qualcuno che era stato in guerra, e che ne era tornato, o che sul campo di battaglia c’era rimasto. Il fatto che un simile evento fosse successo nell’arco della vita di persone che ci stavano accanto, ce lo faceva sentire molto più vicino di quello che fosse. Ma per le nuove generazioni? Ai giovani che non hanno più parenti che hanno fatto le guerre, i conflitti mondiali cosa dicono? Per i ragazzini di adesso, che neanche hanno vissuto l’11 settembre, l’Olocausto cosa rappresenta? Probabilmente niente di diverso dalle guerre puniche o dalle crociate! E non so perché ma questo mi rende estremamente triste.

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Quando di superstiti non ne rimarrà neanche uno e altre tragedie avranno preso il posto della terribile fine di milioni di ebrei, di quella storia cosa resterà? Solo pagine ingiallite in un libro di storia, date e numeri che gli studenti faticheranno a ricordare, nomi e città che decideranno tra una promozione e una bocciatura….

Ancora tuona il cannone, ancora non è contento, di sangue la belva umana e ancora ci porta il vento.

Io chiedo quando sarà che l’uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare e il vento si poserà.

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