L’Australia a cui nessuno pensa

Premessa: niente di quello che segue vuole essere polemico, politico, o men che meno razzista. Se questa è l’impressione pervenuta, me ne scuso a priori.

Una delle prime cose che si legge nei blog e che si sente nei discorsi di neo-arrivati in Australia, è la loro sorpresa nel notare quanto l’Australia, paese che si presuppone bianco, in realtà tanto bianco non è. Direi che è tendente al giallo. E vi posso garantire che non è un’esagerazione. Secondo recenti statistiche infatti, tra le principali nazioni di origine degli australiani, dopo il Regno Unito, ci sono la Cina, l’India, le Filippine, lo Sri Lanka, la Malesia, la Corea del Sud, le Isole Figi e il Vietnam.

Ricordo che la prima volta che mi sono resa conto di quanti asiatici ci fossero in Australia e’ stata la prima volta che ho messo piede nel campus dell’University of Adelaide! Vi basta passeggiare per un qualsiasi campus universitario, per notare quanto sia alta la percentuale di “gialli” rispetto ai “bianchi”. E la percentuale sale ancora di piu’ in determinati corsi di laurea, come business o accounting. Davvero impressionante… Certo, ora che mi ci ritrovo all’università più spesso per lavoro non ci faccio piu’ tanto caso, ma mi ci e’ voluto un po’ per abituarmici…

1409786302768-333

In tutte le città australiane, come in moltissime altre parti del mondo, ci sono Chinatown e altre aree del genere – a Sydney c’è anche la Koreatown – che sono per lo più dedicate ai turisti, dove poter trovare ristoranti e negozi a tema. Ma come Leichhardt a Sydney è considerato il quartiere italiano per turisti, mentre i veri italiani abitano nei quartieri limitrofi di Five Dock e Haberfield, così i veri cinesi preferiscono Ashfield, Strathfield, Flemington, Lidcombe, Auburn, Parramatta, ecc., i vietnamiti prediligono Cabramatta e Bankstown, gli indiani popolano Blacktown e così via.

Il mio quartiere rientra nei quartieri a prevalenza cinese, in particolare shanghainese, con minoranze indiane, nepalesi e filippine. E’ sicuramente una sensazione nuova. Sono nata e cresciuta in paesino alla periferia di Milano, dove gli stranieri sono sempre stati pochissimi (almeno fino a pochi anni fa)… Ho vissuto nel nord-ovest degli Stati Uniti, una zona raggiunta da pochi immigrati messicani… Ho studiato in una città francese, popolata da giovani da ogni dove, ma la cui maggioranza rimaneva comunque francese… Me ne sono andata ad Adelaide, in un quartiere residenziale decisamente australiano-inglese… E infine mi sono trasferita a Sydney in un quartiere molto bianco… Ed ora eccomi qui, in un altro quartiere di Sydney, che di bianco non ha assolutamente niente…

Ribbet collage

Non è sempre facile abitare in un quartiere/città/paese che sono nettamente diversi dal nostro mondo, ma questo esercizio di tolleranza mi ha insegnato tanto. Ho imparato che cosa vuol dire diversità; ho imparato cosa vuol dire accettazione; ho imparato cosa vuol dire integrazione; ho  imparato cosa vuol dire interculturalità…

Cosa vuol dire abitare in un quartiere asiatico? Vuol dire essere spesso e volentieri l’unica bianca in una strada/negozio/parco. Vuol dire dover indovinare cosa un certo cibo o prodotto sia. Vuol dire non trovare un solo ristorante o negozio di alimentari che non sia asiatico in tutto il quartiere. Ma allo stesso tempo vuol dire avere la possibilità di trovare cibo asiatico fantastico ad ogni angolo. Vuol dire osservare le mode di tanti paesi diversi mescolate in un marciapiede. Vuol dire passeggiare tra la gente e non sentire spiccicare una parola d’inglese. Vuol dire scoprire cibi e prodotti nuovi. Vuol dire essere una straniera fra stranieri. Ma soprattutto, vuol dire essere al centro di una Multiculturalità con la M maiuscola: italiana in Australia a vivere in un quartiere cinese… più multiculturale di così!

18 thoughts on “L’Australia a cui nessuno pensa

  1. Quanto sono rimasta stupita appena arrivata!
    Poi sentivo parlare gli asiatici nella loro lingua e pensavo “allora sono turisti!”… e invece no, abitano qui, eccome. 🙂
    Ammetto di non aver visto molte Nicole Kidman o molti Surfisti alti, bianchi e biondi. 🙂

  2. Come ti capisco…io abito a Haymarket 🙂 i primi giorni facevo caso a tutte le persone che si ammassavano sul marciapiede ad aspettare il semaforo verde: 20/30 persone, occidentale io e basta! Ma poi ci si fa l’abitudine (quasi) sempre 🙂

  3. sono esperienze bellissime che ci arricchiscono ogni giorno e come dici tu, ci insegnano il rispetto e l’integrazione 🙂 una cosa che invece ho notato qui in Bulgaria è che non ci sono persone di colore !!! in un anno e mezzo ne avrò visti due o tre … e tutti turisti, per ora la multirazzialità non è il loro forte ahahahahah!!! Reduci dal comunismo devono ancora aprire un pochino la mente, ma credo sia normale…

    1. ma dai? non lo sapevo! bhe, immagino che arriveranno prima o poi. l’Australia e’ un paese di immigrati da sempre, e arrivano davvero da ogni dove… ma essendo l’Asia il continente piu’ vicino e’ normale che siano la maggioranza…

  4. Ciao Claudia, appena arrivata a Melbourne ho abitato a Abbotsford, uno dei quartieri Vietnamiti. Dopo aver passato le prime settimane in uno dei quartieri piu’ anglosassoni della citta’ per me e’ stato quasi come arrivare a casa 🙂 Finalmente tutti avevano un accento, capelli scuri e altezza “limitata”. Insomma, mi sono subito sentita a mio agio e ancora adesso torno spesso in Victoria st, che fortunatamente non e’ molto lontano.

    1. Ciao. Sono molto felice che tu ti sia sentita a casa in quel quartiere… io non posso certamente dire la stessa cosa, ma sicuramente e’ molto piu’ stimolante stare in un quartiere di asiatici, che in uno di italiani. Insomma, qua mi sento davvero al centro del mondo!

  5. adesso faccio la guastafeste (chiedo venia)…e pongo la domanda:
    che sia la nuova omogeneizzazione mondiale?
    dovunque vai trovi Mac Donald, Coca cola e negozi tenuti da cinesi o asiatici?
    ci pensavo qualche giorno fa…vedo nella mia strada, a Parigi, che il negozio dei giornali è stato appena ripreso da cinesi, poi cammino ancora un po’ e due bar tabacchi …anche, un tababaccaio…anche.
    Ero già abituata ai tanti negozi di abbigliamento, ristoranti e take away cinesi o falso-giapponesi, parrucchieri…e non parlo di un quartiere asiatico, dove ovviamente sono la quasi totalità e dove ci sono anche dei grandi supermercati dove assumono solo cinesi.
    Ma nella mia “micro-zona” gli abitanti sono abbastanza “francesi”…
    cosa resterà ai francesi come possibilità di attività commerciale?
    Fra dieci anni ci saranno ancora dei negozi non cinesi?
    Per adesso sono bar tabacchi, in cui non è tanto importante “coltivare” il cliente e chiacchierarci, poiché la gente viene comunque per comprare sigarette, francobolli, giornali e gratta e Vinci…e poi resta a prendere qualcosa da bere.
    La velocità con cui in tante zone di Parigi, i cinesi estendono le proprie attività commerciali in settori inusuali, mi fa pensare.
    I bar tabacchi sono molto più cari all acquisto che i bar “normali”, pero’ molti di essi in questo periodo sono acquistati da cinesi.
    Mi ricordo che all”università un mio professore mi diceva che per capire un fenomeno, è necessario analizzare i flussi finanziari.
    da dove vengono tutti questi soldi?
    noto che molti commercianti parlano male francese…quindi sono immigrati da poco…come riescono a installarsi a proprio conto, ottenere crediti ecc? Un’altra cosa che noto è che molti negozi hanno molti dipendenti e sono aperti per lunghe ore…conoscendo la legislazione in proposito, so che i costi per cosi tanto personale sono molto alti.
    Ho vissuto in Africa…e intere zone sono affittate ai commercianti cinesi che sono disposti a pagare 400 euro per un negozietto di 20m2, vendono vestiti e pelletteria di bassa qualità facendo concorrenza ai bellissimi vestiti africani e all’artigianato locale;
    In alcuni paesi africani lo Stato Cinese acquista enormi terreni coltivabili e, con la corruzione, espropriano i contadini locali e accatastano i terreni a nome dei nuovi padroni.
    La Cina – con le sue diseguaglianze socio-economiche e la sua sovrappopolazione, ha bisogno di esportare’ anche le persone, ma come riesce a farlo? Come arrivano i finanziamenti per acquistare attività economiche, agricole, commerciali, indistriali? Tali capitali sono sottratti al patrimonio pubblico cinese in maniera fraudolenta? Ci sono complicità all interno degli stati che li accolgono, oppure c’è una grande organizzazione che riesce a eludere le leggi locali?

    1. Grazie per questo ricco intervento. Proprio non ti so rispondere… Quello che so e’ che soprattutto i cinesi che popolano tante città europee e non solo lavorano (e spesso vivono) come schiavi. Non so dirti se per scelta o per costrizione, non so come facciano ad aggirare le leggi locali, nè se lo facciano. Quello che ho constatato a Milano è che loro lavorano molto di più che i locali: se un parrucchiere italiano sta aperto 6 giorni la settimana, loro sono aperti tutti i giorni, se gli italiano fanno la pausa pranzo, loro non chiudono mai, e cosi via. Ogni tanto al TG si sente di una retata in qualche appartamento in cui vivono centinaia di cinesi in condizioni disumane, che pagano anche tanto per avere un tetto sopra la testa e un lavoro la mattina. Il motivo dietro tutto questo purtroppo non lo conosco….

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *