La scuola italiana bocciata in internalizzazione

Giovani iperconnessi ma chiusi in casa loro

Ritratto di una generazione che all’estero ci va solo attraverso la rete, che ha paura dello straniero e preferisce stare nel suo mondo. Conservatori, insomma, ma con qualche eccezione.
O hanno mentito, oppure dobbiamo cominciare a porci delle domande: possibile che studenti tra i 16 e i 17 anni, descrivendo se stessi, mettano in cima alla classifica “responsabile” (scelto dal 29%, dopo “socievole” e “simpatico”) e in fondo “avventuroso” (8%) e “intraprendente” (9%)? Una generazione di adolescenti “responsabili”: è questo che vogliamo? Parecchi genitori sarebbero ben felici di rispondere sì, ma la questione non è così semplice. Quel “responsabile”, che stacca in classifica, con un allungo alla Bolt, altre qualità più dinamiche (intuitivo, ironico, ottimista, ambizioso) in una giovane vita che ha ancora tutto da sperimentare assume il gusto insopportabile della passività e dell’inerzia. Fa riferimento a valori, verso i quali si esprime questa “responsabilità”, e a uno status quo usati come paravento per celare una mancanza di idee e fantasia. Oltre che una considerevole paura per il futuro.

Sono degni di una foto di Cartier Bresson i chiaroscuri dell’ultima indagine di Intercultura – realizzata da Ipsos con il sostegno della Fondazione Telecom – su quanto i nostri ragazzi siano pronti e disponibili a vivere in un mondo allargato. Uno su quattro dimostra spiccato interesse per quanto si muove oltre i confini del proprio paese, anzi questi confini  sembra non vederli più: ragazzi “linkati” al mondo, li definisce la ricerca, pescando il neologismo dal loro stesso linguaggio, fatto di Internet e social network, spazi aperti  per definizione. Bravi a scuola, eccellono nelle lingue grazie anche alla frequentazione quotidiana di persone straniere. Divisi in due categorie, i globetrotter e i determinati, viaggiano, leggono, ascoltano. Insomma: investono sul loro futuro, aprendo tutte le finestre di casa per fare entrare aria e abituarsi a riconoscere da che parte tira il vento. Quando sarà il momento di cercarsi un lavoro, c’è da scommettere che l’agenzia di collocamento a cui si affideranno spazierà dagli Stati Uniti alla Malesia, via Sudafrica.

Uno su quattro: tanti? Pochi? Sono una buona base di partenza, ma non ci si può fermare qui. Perché il vero problema è che altrettanti adolescenti – anzi il 2% in più, 27 contro 25 – stanno dall’altra parte della barricata: gli stimoli che arrivano a raffiche, in primis dal web, invece di aprirgli la testa, contribuendo alla creazione di nuove idee e nuovi desideri, loro li assorbono come fa la carta con l’olio del fritto. Restano sterili, improduttivi. Sedimentano senza far nascere nulla. E la cosa che fa più rabbia, leggendo i profili nati dalle risposte che 800 ragazzi degli ultimi quattro anni di superiori hanno dato ai questionari, è vedere come questo 27% di studenti raccolto nelle categorie dei “conservatori” e dei “democratici” intuisca di avere un atteggiamento sbagliato, ma non faccia nulla per cambiarlo. Anzi, una cosa la fa: incolpa la scuola di non riconoscerne le reali capacità. Ora: che la scuola italiana non brilli per apertura e progettualità è un fatto. Ma scaricare la colpa sugli altri non è certo la strada giusta per crescere e guadagnare fiducia in se stessi.

Così mentre “globetrotter” e “determinati” fanno parte della Generazione I (internazionale per necessità, da qui il titolo della ricerca) e “il mondo esterofilo è dentro la loro quotidianità”, “conservatori”  e “demotivati” restano chiusi nel proprio mondo, “vedono lo straniero come il barbaro invasore e interpretano l’apprendimento delle lingue come minaccia per la preservazione del proprio idioma nazionale”. È eccessivo citare Baudrillard e la sua All’ombra della maggioranze silenziose laddove scrive che la mancanza di nuove idee porta a una società/massa “che procede per inerzia, mossa da una negatività che non produce una reazione vivace e gioiosa, ma silenziosa e involutiva e per giunta contraria non solo a ogni presa di coscienza, ma anche a ogni presa di parola”? Sono ragazzi, in fondo. Eppure è questa l’età in cui spicca il volo, con i sogni, almeno.

Sommando le quattro categorie siamo al 52%. E gli altri? Nicchiano, pronti a propendere per una parte o per l’altra, ma mai per decisione propria. Sono gli “individualisti, 26%, e i “basici”, 22%. Hanno i piedi un po’ troppo piantati nel prato sotto casa, ma in compenso mostrano curiosità: c’è lo spirito internazionale,ma non gli strumenti per farne parte. “Dovrebbero essere accompagnati fino all’imbocco della via per l’estero”, chiosano i ricercatori Ipsos. Chi può prenderli per mano? Le famiglie sembrano più propense a tirare il freno piuttosto che a sciogliere le briglie e il rapporto dell’Osservatorio nazionale sulla internazionalizzazione delle scuole e la mobilità studentesca, che ha sfornato tutti questi dati, non ha soluzioni preconfezionate.

Certo è che dalle risposte che riusciremo a dare dipenderà il futuro di un’intera generazione. 

0 thoughts on “La scuola italiana bocciata in internalizzazione

  1. Ciao Claudia,
    ho scoperto per caso il tuo blog e…ho visto che anche tu hai fatto l'erasmus a Grenoble (anche se mi sa che io ci sono stata qualche anno prima di te), che storie! 🙂
    Magari anche tu allo IEP?!
    Complimenti per il tuo blog, molto bello e diretto, per quello che dici con estrema limpidità e senza tanti giri di parole. In bocca al lupo per la tua vita down under!

  2. Che bei ricordi, lo IEP. E la mitica Nicole, con la sua infinita pazienza con noi erasmus, sempre così carina e disponibile. L'anno a Grenoble e la vita del campus (io stavo allo studentato Berlioz, posto assurdo e magnifico) mi rimarranno per sempre nel cuore.
    Ricambio l'abbraccio! 🙂

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