Un anno a testa in giù

È passato esattamente un anno dal mio arrivo in Australia, ed è tempo di bilanci.

Inizio col dire, per chi già non lo sapesse, che in occasione di questo anniversario, festeggio anche un primo importante traguardo: l’università di Sydney mi ha offerto un posto per il dottorato di ricerca! Sydney è la mia prima scelta, seguita da Melbourne e Canberra, da cui ancora non ho avuto risposta, e quindi sono estremamente contenta di quest’offerta. Questo però ancora non significa che farò il dottorato al 100% in quanto la mia ammissione dipende dall’esito del concorso per la borsa di studio, che si saprà tra novembre e dicembre. Altrimenti, senza borsa, dovrei sborsare almeno $32.500 all’anno solo di tasse universitarie, e l’ultima volta che ho controllato il mio conto in banca non arrivavo neanche a coprire un trimestre!

Ora, per chi non lo sapesse, il dottorato di ricerca è un titolo accademico post laurea, corrispondente al terzo ciclo dell’istruzione superiore in molti paesi del mondo. È stato introdotto nel sistema universitario italiano nel 1980 e rappresenta il più alto grado di istruzione universitaria. Dato il suo nome, il dottorato comporta una ricerca, di solito attiva e sperimentale, della durata minima di 3 anni, al cui termine si scrive una tesi. Nel mio caso ho scelto di fare il dottorato sul tema dei bambini soldato, e sarà un dottorato di legge, perciò non dovrò fare esperimenti in laboratorio, ma ricerca letteraria e giuridica, condurre interviste, etc. È un progetto ambizioso, ma l’argomento mi interessa molto, e mi sento all’altezza di poterlo portare a termine, perciò mi auguro soltanto di ottenere la borsa di studio e cominciare la mia ricerca!

Detto ciò, questo mio primo anno in Australia non è stato facile dal punto di vista lavorativo: in parte per il mio visto che mi permette di lavorare per lo stesso datore di lavoro solo per 6 mesi, in parte perché Adelaide non offre molto nel mio campo (anzi, non offre niente!) e in parte perché non ho esperienza, ma non sono riuscita a trovare nessun lavoro nell’ambito dei diritti umani. Ovviamente ho cercato altri lavori, in uffici, università, imprese, che mi permettessero di lavorare dietro una scrivania e migliorare le conoscenze che mi serviranno un giorno per fare il lavoro che vorrei… Ma nessuno mi ha assunto! E così mi sono trovata a dover lavorare per un anno dietro il bancone di bar e panetterie, a servire i clienti, fare caffè, pulire per terra, sistemare le scorte, ecc. Di certo non quel che si dice un lavoro gratificante! Purtroppo però non ho trovato di meglio, e la paga è comunque molto buona (rispetto all’Italia) e questi lavori mi hanno permesso di affittare una casa con Sam prima, e di mettere da parte soldi poi. Da qualche mese sto anche lavorando come insegnante di italiano e francese, oltre a dare lezioni private di italiano: questi impieghi sono sicuramente più gratificanti, ma sono comunque temporanei!

Passando alla convivenza con Sam e con la sua famiglia, è stato un continuo va e vieni da casa dei suoi genitori. Abbiamo vissuto qui da loro per i primi 2 mesi, per poi andare a vivere da soli in una casetta in affitto per i successivi 5 mesi, per poi infine ritornare qui, in attesa che Sam trovi un lavoro e si possa permettere, di nuovo, di vivere fuori casa in affitto. La convivenza tra di noi è andata benissimo, nonostante ci siano molte cose che Sam ancora deve imparare a fare – come le pulizie – e non sia la persona più ordinata di questo mondo! Sono molto più fiduciosa ora riguardo al vivere insieme: dopo un anno insieme so cosa posso aspettarmi da lui e su cosa invece devo insistere, ma alla fine della fiera ci conosciamo bene, sappiamo i rispettivi limiti e ci completiamo a vicenda. Tutta la paura che avevo prima della partenza è sparita, e non vedo l’ora di poter andare ad abitare di nuovo da sola con Sammy mio! Per quanto riguarda il mio rapporto con Sam, posso solo dire che questo anno è andato divinamente. Siamo sempre più innamorati e sempre più convinti che vogliamo passare il resto della nostra vita insieme…
Per quanto riguarda invece la convivenza a casa dei suoi genitori, loro sono splendidi e li adoro con tutto il mio cuore: non ci fanno pagare niente, ci cucinano ogni sera la cena, fanno la spesa anche per noi e non si lamentano quasi mai del casino che lasciamo in giro. Ma a casa loro mi sento sempre e comunque un ospite: mi sento sempre in debito perché fanno tutto per noi, e a volte mi sento proprio di troppo. Loro sono felicissimi che siamo qui, e ci ricordano ogni giorno che non dobbiamo andare da nessuna parte e che possiamo stare qui finché lo vogliamo… Io apprezzo la loro ospitalità e ne sono estremamente grata, ma non vedo l’ora di poter essere in grado di affittare una casa di nuovo!

Infine, per quanto riguarda la vita in sé qui in Australia, devo ammettere che sicuramente merita. Dopo una vita passata nella frenetica Milano, è bello poter rallentare un po’ e godersi la vita con un ritmo più umano. Adelaide è in una posizione perfetta, e non potrei chiedere di meglio: a 20 minuti in macchina da casa si possono raggiungere le colline – in un mix unico di campagna inglese e bush australiano – oppure ci si può trovare in spiaggia. La città di per sé offre tutto quello che si può volere (a parte il lavoro dei miei sogni) ed è confortevolmente a misura d’uomo. Se Milano è paragonabile a Sydney, Adelaide è sullo stesso livello di Bologna forse, ma a me piace per questo: è una città dove si può passeggiare, dopo si può sdraiarsi sul prato a leggere, dove si può camminare o andare in bici invece che soffocare in una metropolitana sovraffollata… Adelaide è a misura di Claudia e se potessi trovare il lavoro dei miei sogni qui, non la cambierei certo per Sydney!

Detto tutto questo, non posso certo negare che la vita lontana da casa, dalle abitudini di una vita, da ciò che mi è familiare e confortevole, dalla mia famiglia e dai miei amici, non è certo facile. Nonostante la presenza di Sam e della sua famiglia, e nonostante abbia conosciuto diverse persone tramite il lavoro e la pallavolo, non posso certo dire di essermi fatta degli amici veri e propri. È difficile trasferirsi in una città dove tutti si conoscono da sempre, dove i gruppi sono già formati e le amicizie consolidate, e aspettare di integrarsi facilmente. Ho conosciuto persone molto carine, con cui vado d’accordo e con cui sto bene: ma non frequento quasi nessuna di queste al di fuori di lavoro e pallavolo. Ci sono gli amici di Sam, certo, con cui usciamo abbastanza frequentemente e che sono ora amici miei quanto suoi, ma quello che mi manca sono amicizie solo mie. Vorrei poter creare quei rapporti che ti permettono di ritagliarti uno spazio tutto tuo, per poterti confidare, sfogare e rilassare con qualcuno che non sia Sam o qualche suo amico. Ma verranno anche queste amicizie… i rapporti umani non sono qualcosa che si possa pianificare o forzare. Sto cercando di approfondire alcune conoscenze, sperando che possano crescere in futuro… e poi, se son rose fioriranno! Nel frattempo continuo a sentire la mancanza dei miei familiari e dei miei amici di sempre: sono stata lontana da casa per tanto tempo, tante volte, ma mai così a lungo, e mai senza sapere esattamente quando sarei tornata. Ora che sono qui per restare, tutto quello che ho lasciato in Italia mi appare sotto una luce nuova e mi fa essere estremamente nostalgica. 

Ecco a voi il riassunto del mio primo anno in Australia. Comincio questo secondo anno a testa giù un po’ più fiduciosa, perché tutto quello che ho seminato quest’anno, dovrà – si spera – fiorire l’anno prossimo. Nei prossimi sei mesi dovrei ottenere il tanto agognato visto di coppia e scoprire se passerò i prossimi 4 anni della mia vita a fare ricerca e a scrivere sui miei bambini soldato… Senza contare che ci potremmo trasferire a Sydney, a Melbourne o a Canberra e iniziare tutta un’altra vita…. Al prossimo capitolo allora!

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