Milano e la fuga dei talenti

Da “Repubblica Milano”, 17/10/2011
L’ ITALIA è l’ unico grande paese europeo con saldo negativo tra cervelli che se ne vanno e quelli che si riesce ad attrarre. Abbiamo sempre meno giovani, come conseguenza della nostra persistente denatalità, ed incentiviamo quelli più qualificati e dinamici ad andarsene. Milano non fa eccezione. Qui i giovani, in rapporto al resto della popolazione, sono ancor meno rispetto al resto del paese. Qui le ambizioni, la voglia di fare, di contare e di innovare tendono ad essere più alte, comuni al resto d’ Italia sono però i limiti di un mercato del lavoro che scade troppo facilmente nell’ offerta di precarietà, di un sistema di welfare incapace di sostenere l’ autonomia, di un modello di sviluppo che non sa mettere le nuove generazioni al centro della crescita. La metropoli ambrosiana continua ad essere, è vero, una d elle realtà più dinamiche d’ Italia, ma le opportunità che sa offrire ai giovani rimangono sensibilmente al di sotto di quanto essi possono trovare nelle città più avanzate d’ Europa. Il rischio è quello di sprofondare in una spirale negativa: il brain drain può infatti essere considerato allo stesso tempo causa e conseguenza dell’ impoverimento economico e sociale, oltre che demografico, del luogo di origine. UN CIRCOLO vizioso che solo una politica con un piano solido e credibile di investimento sulla qualità del capitale umano e sulla sua valorizzazione può spezzare. C’ è poi da aggiungere che negli ultimi anni ad andarsene sono sempre di più anche i giovani che provengono da famiglie con status sociale medio-alto. Un paese con mobilità sociale bloccata in una prima fase penalizza soprattutto i figli delle classi sociali più basse, ma non creando un sistema all’ interno del quale ciascuno è incentivato a dare il meglio di sé, comprime alla fine la crescita comune con l’ esito di restringere le opportunità di tutti. Proprio questa consapevolezza ha consentito ad una proposta di legge utile e sensata di trovare un consenso bipartisan in Parlamento. Questa legge, chiamata suggestivamente “controesodo”, ha l’ intelligenza di non mettere dei posti di blocco all’ uscita, ma di potenziare le corsie per favorire il rientro. L’ idea è infatti che la circolazione dei cervelli sia un fenomeno positivo, il problema si presenta quando chi se ne è andato non trova più conveniente tornare perché le condizioni fuori sono decisamente più favorevoli. La misura prevista dalla legge è quella degli incentivi fiscali ai lavoratori under 40 che tornano in Italia dopo un periodo di occupazione di almeno due anni all’ estero. Gli incentivi però non bastano se non sono accompagnati anche da altre azioni mirate sul territorio, che consentano il re-innesto di successo. Il Comune di Milano sembra orientato a fare la sua parte, come ha più volte ribadito l’ asse ssore Tajani. Ma questa è in ogni caso solo una faccia della medaglia. L’ altra è costituita dai tanti che decideranno comunque di non tornare, ma che non per questo rinunciano a sentirsi parte attiva del processo di crescita economia, sociale e culturale della propria città di origine. I milanesi all’ estero vanno comunque considerati una patrimonio da coinvolgere e valorizzare, tanto più in un mondo sempre più connesso e globalizzato. Cosa si prevede di fare per essi e con essi? Esiste una “Milano diffusa” che ha potenzialità che vanno ben oltre i propri confini.
ALESSANDRO ROSINA

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