Giovani: chi li ha visti? Il PIL mancato di una generazione fantasma

Lo studio I-Com, realizzato per la Scossa, si concentra su tre aree di debolezza strutturale del mercato del lavoro giovanile in Italia: la disoccupazione giovanile, i cosiddetti NEET (Not in Employment, in Education or Training), cioè coloro che né lavorano né studiano, e il saldo immigrati/emigrati qualificati (cioè in possesso di titolo di laurea).

I dati di partenza del paper sono purtroppo noti: un tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 ed i 24 anni del 27,7% nel 2010 a fronte di una media sul totale della popolazione dell’8,4%; una quota di NEET sulla popolazione di età compresa tra i 15 ed i 29 anni che in Italia ha raggiunto nel 2010 il 23,4 % a fronte di una media europea del 15,1%; l’Italia è uno dei pochissimi paesi dell’Europa occidentale a presentare un saldo immigrati-emigrati di giovani laureati negativo, pari allo 0,1 % della popolazione, mentre paesi come la Germania hanno un tasso positivo dell’1,3%.
Tuttavia questo studio non vuole essere la solita esposizione di dati drammatici e deprimenti, tesa ad alimentare il vittimismo delle nuove generazioni. Lo scopo della ricerca è esattamente l’opposto: capire quanto il sistema Italia nel suo complesso perde in termini di opportunità a causa dell’esclusione dal mondo del lavoro di milioni di giovani. Infatti, oltre al mancato investimento in professionalizzazione dei futuri lavoratori, la situazione attuale del mercato del lavoro italiano costituisce una perdita economica per il sistema, poiché è presente una forza lavoro inutilizzata che non genera reddito (e quindi prodotto, consumi e risparmio, entrate fiscali). Sulla base di alcune assunzioni, che abbiamo cercato di mantenere su un piano di assoluto realismo, ad esempio tenendo conto dei rendimenti marginali decrescenti delle unità aggiuntive di occupazione, questa ricerca vuole quantificare questo costo opportunità per il Paese, nelle sue diverse sfaccettature.
Analizzando i dati del mercato del lavoro dei giovani sulla base di questa considerazione è stato possibile calcolare che la mancata occupazione del 27% dei giovani disoccupati italiani tra i 15 e i 24 anni comporta una perdita in termini di reddito netto potenziale mancato di 5 miliardi di Euro all’anno. Ipotizzando inoltre un moltiplicatore del PIL pari a 1,58 è possibile misurare l’impatto della disoccupazione giovanile sul PIL in 8 miliardi di Euro all’anno, che, ipotizzando una pressione fiscale del 43,5%, comporta una perdita di entrate pari a 3,5 miliardi di Euro. Nel caso l’introduzione di politiche per il mercato del lavoro, o eventuali riforme, riuscissero a diminuire il tasso di disoccupazione al livello della media EU, ci sarebbe un guadagno in termini di reddito disponibile aggiuntivo di 429 milioni di Euro e un conseguente aumento del PIL di circa 678 milioni di Euro e un aumento delle entrate fiscali di 294 milioni di Euro. Se il miglioramento della performance del mercato del lavoro italiano fosse tale da riuscire ad allinearsi al mercato tedesco, dove nel 2010 il tasso di disoccupazione giovanile era pari al 9,9%, il guadagno in reddito disponibile aggiuntivo sarebbe di 970 milioni di Euro e l’aumento in termini di PIL sarebbe pari a 1,5 miliardi di Euro con un aumento delle entrate fiscali di circa 667 milioni di Euro.
La stessa analisi è stata condotta per i NEET. Allo stato attuale i NEET comportano un reddito netto potenziale mancato di 23 miliardi di Euro, che si può stimare abbia un impatto sul PIL di circa 36 miliardi di Euro e un mancato gettito fiscale di 15 miliardi di Euro. Se l’Italia fosse allineata alla media dell’Unione Europea, dove il 15% dei giovani tra i 15 e i 29 anni appartiene alla categoria dei NEET, potrebbe contare su un reddito aggiuntivo disponibile di 5,7 miliardi di Euro, con un impatto sul PIL di un aumento di 9 miliardi di Euro e un aumento delle entrate fiscali di 3,9 miliardi di Euro. Se la quota dei NEET italiani fosse allineata con quella tedesca (10,6%), si potrebbe avere un incremento del reddito disponibile di 10,8 miliardi di Euro, un aumento del PIL di 17 miliardi di Euro e un aumento delle entrate fiscali di 7,4 miliardi di Euro.
Applicando sempre la stessa metodologia al saldo negativo tra immigrati ed emigrati laureati tra i 20 ed i 34 anni, si può stimare una perdita netta di reddito annuale pari a 760 milioni di Euro, che comporta un diminuzione annua del PIL pari a 1,2 miliardi di Euro e minori entrate fiscali per 524 milioni di Euro. Ma se anziché azzerare le perdite, l’Italia riuscisse come quasi tutti i Paesi più industrializzati ad attrarre giovani talenti dall’estero, i guadagni potrebbero essere enormi. Senza immaginare di poter fare concorrenza agli Stati Uniti, da sempre il principale magnete globale di giovani cervelli, qualora l’Italia avesse lo stesso saldo della Germania, potrebbe veder aumentare il proprio reddito disponibile di 13 miliardi di Euro, con un impatto sul PIL di 20 miliardi di Euro e un aumento delle entrate fiscali di 9 miliardi di Euro.
Tenendo conto dei tre fenomeni indagati, disoccupazione giovanile, NEET e saldo emigrati/immigrati, se l’Italia avesse presentato valori percentuali in linea con quelli della Germania, avrebbe potuto contare nel 2010 su un maggiore PIL di circa 40 miliardi di euro (+2,5% rispetto a quanto effettivamente realizzato) e su maggiori entrate fiscali per 17 miliardi di euro. In pratica, ci saremmo potuti risparmiare quasi la metà della manovra fiscale approvata nelle scrose settimane.
Tra l’altro quanto è stato stimato dal presente lavoro, si ferma alla parte statica del problema. Guardandolo in termini dinamici, dovremmo aggiungere anche la perdita di capitale umano derivante dall’inoccupazione e dal mancato ingresso di persone che esprimono culture diverse. Senza dimenticare il disagio sociale che a sua volta alimenta il degrado etico del Paese. Tante ragioni che ci dovrebbero scuotere dall’immobilismo, costringendoci a muoverci a passo spedito verso il futuro.

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